era_digitale_5_copquater
cop_creativita_2
cop_problem_solving_2
cop_giur_si_diventa_2
cop_afa_2
lex_aquilia
pacta
previous arrow
next arrow
Recensioni

I segreti di casa Pascoli, di Vittorino Andreoli

By In

I saperi hanno una naturale tendenza a chiudersi nei propri steccati disciplinari in nome di uno specialismo che a volte si tramuta in asfittica autoreferenzialità. Sta di fatto, però, che se la scienza è disciplinare non lo è, invece, la realtà. Così per conoscere appieno alcuni fenomeni è necessario attingere contestualmente a scienze diverse: è proprio il dialogo tra saperi che favorisce la creazione di nuova conoscenza.

Nel libro “I segreti di casa Pascoli. Il poeta e lo psichiatra” (BUR, Biblioteca Universale Rizzoli, 2006) Vittorino Andreoli offre la propria competenza di ‘scienziato del vissuto’ per ricostruire le peculiarità dell’uomo Giovanni Pascoli. Scrive lo psichiatra: “Sono molti gli articoli e gli studi compiuti da letterati, acuti nell’analisi della poesia quanto insipienti nel valutare la personalità e nel capire le dinamiche delle relazioni umane, almeno se le si vogliono inserire in un quadro scientifico. Una superficialità disarmante e colpevole anche da parte di chi, giustamente, ha meritato il riconoscimento di grande specialista pascoliano”.

Attraverso la ‘psicologia storica’ (una psicologia senza paziente che attinge alla produzione letteraria ed espistolare di Pascoli nonché a testimonianze, archivi, ‘documenti di pietra’ come le case in cui il poeta ha vissuto unitamente agli effetti personali che allo stesso sono appartenuti), Andreoli fa chiarezza sull’uomo Pascoli con la segreta speranza di ridare allo stesso tutta la popolarità di cui godeva in vita “togliendolo dalle mani inguantate di pochi insigni studiosi che lo custodiscono in un prezioso e inutile cofanetto e ne parlano in maniera raffinata quanto incomprensibile”.

Giovanni Pascoli (quarto di dieci fratelli) nasce a San Mauro di Romagna il 31 dicembre 1855. Solo 12 anni dopo, il 10 agosto 1867, perde il papà ucciso in un agguato rimasto senza colpevoli. Una fucilata che il poeta traduce in struggente lirismo: “Ritornava una rondine al tetto: / l’uccisero: cadde tra spini: / ella aveva nel becco un insetto: / la cena de’ suoi rondinini…./ Anche un uomo tornava al suo nido: / l’uccisero: disse: Perdono; /  e restò ne gli aperti occhi un grido: / portava due bambole in dono…”. Ma anche una fucilata che uccide una famiglia. A poco più di un anno di distanza Giovannino perde la madre avendo poco prima perso una sorella.

Andreoli ricostruisce le dinamiche (storiche e psicologiche) seguite a quegli eventi: la vita pubblica in continua ascesa, quella privata in una progressiva imbalsamazione e morte: “Giovannino ha vissuto tra lodi pubbliche e il dolore privato. Tra il buio dei sentimenti e lo splendore della sua fama”.

La storia professionale di Pascoli è caratterizzata dalla produzione poetica tutt’ora ammirata e dalla carriera accademica che lo ha portato a ricoprire la prestigiosa cattedra che era stata del suo maestro Giosuè Carducci all’Università di Bologna.

La storia privata  è il naufragio seguito alla perdita del padre e, soprattutto, della madre: un lutto perpetuo senza possibile elaborazione. Il tentativo di ricostruire l’originaria famiglia andando a vivere, a 27 anni, con le due sorelle più giovani: Ida e Mariù. Il legame passionale con la prima, la convivenza fino alla fine con la seconda afflitta da evidenti tratti nevrotici. L’incapacità di costruire una propria famiglia. Il rifugio nell’alcool (che alla fine lo annienta essendo il poeta morto il 6 aprile 1912 di cirrosi epatica).

Andreoli si dichiara colpito dalla malinconia, dalla tragicità della vita pascoliana, dal suo linguaggio, dal dolore nella sua poesia. La sua analisi così si avvia alla conclusione: “Il Pascoli è un dipendente per definizione e ha cambiato soltanto il proprio padrone o ne ha aggiunto un altro. Dapprima la madre e il padre, ma era la dipendenza d’amore, poi Ida, anch’essa oggetto d’amore sostituto della madre. Poi la dipendenza da Mariù, il segugio, il demone distruttivo, egoista e geloso. Poi una sostanza chimica. La peggiore delle dipendenze possibili. …Il Pascoli grande poeta, poeta del dolore e della tragedia di vivere ha sorriso con un bicchiere di vino in mano. Un bicchiere che sembrava rendere il mondo migliore. Quel sorriso è ancor più tragico di un lamento di dolore. E’ un dolore ubriaco”.

La Gazzetta del Mezzogiorno, 25 aprile 2007

 

giovanni_pascoli

 

 

Skip to content