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Articoli su quotidiani

L’Università dei padri e dei figli

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Trentino, 16 gennaio 2019

Alto Adige, 16 gennaio 2019

Vasta eco ha avuto l’intervista rilasciata al settimanale «Oggi» da Flavio Briatore. In particolare nel passaggio in cui, parlando del figlio quattordicenne, afferma: «Dopo il diploma verrà a lavorare con me. Non vedo la ragione di fargli frequentare l’Università: sarò io a formarlo. Se uno ha una vocazione deve essere libero di assecondarla, ma a me non serve un laureato, mi serve uno che porti avanti quello che ho costruito».

Molti hanno criticato l’implicita affermazione della inutilità della cultura (si veda, ad esempio, Gramellini sul Corriere della Sera). Ma, a ben vedere, sono altri i profili che inducono a riflettere.

Briatore, a parte il fugace riferimento alla «vocazione», sembra preoccupato esclusivamente dal poter contare sul figlio per portare avanti ciò che ha costruito. La sua affermazione mi ha fatto venire in mente le annose dinamiche padri-figli che da sempre sono al centro delle trame  letterarie.

Nelle parole di Briatore i desideri del figlio sembrano relegati in secondo piano. E gli esempi si sprecano. Si può citare il caso della monaca di Monza di cui parla Manzoni nei «Promessi sposi» costretta ad entrare in convento suo malgrado. O la storia raccontata da Gavino Ledda nel romanzo autobiografico «Padre-padrone»: prelevando il figlio da scuola a sei anni affinché lo aiuti a governare le pecore il padre lo condanna, di fatto, all’analfabetismo.

Vessazioni di questo tipo hanno portato a reazioni di rivolta da parte di figli che si sono sentiti schiacciati da padri ingombranti. Si pensi a ciò che Giacomo Leopardi scrive, appena ventunenne, al  genitore Conte Monaldo: «I padri sogliono giudicare dei figli più favorevolmente degli altri, ma Ella per lo contrario ne giudica più sfavorevolmente di ogni altra persona, e quindi non ha mai creduto che noi fossimo nati a niente di grande: forse anche non riconosce altra grandezza che quella che si misura coi calcoli, e colle norme geometriche». Oppure alla «Lettera al padre» di Kafka, una vera invettiva che contiene una frase molto evocativa: «Davanti a te avevo perduto la fiducia in me stesso e avevo assunto in sua vece un sentimento di colpa senza limiti».

Davvero i luoghi della letteratura che potrebbero essere citati sono tantissimi. La realtà è che nel legame tra padre e figlio non contano i dettagli ma la sostanza che lo contraddistingue dall’alba dell’uomo indipendentemente dagli incidenti di ogni singola storia: una sostanza fatta di conflitto e di scoperta, di lotte e di rimorsi, di educazione e di identificazione. Lo spiega bene Gianrico Carofiglio nel romanzo dal titolo «Le tre del mattino».

Forse è umano vedere nei figli la prosecuzione di se stessi. Ma qualche problema pone il pensare di sapere per certo quale sia il bene dei figli (continuare il lavoro del padre) e il pensare di essere in grado di insegnare loro tutto ciò che è necessario sapere. Come se i figli fossero delle macchine da programmare e i genitori gli unici insegnanti di cui hanno bisogno. Ma le cose non stanno così.

La formazione superiore serve a raggiungere una piena coscienza di sé e delle proprie capacità. A trovare la propria strada nel mondo come frutto di scelte e non di imposizioni. Ad impadronirsi degli strumenti critici che soli possono farci artefici del nostro destino così da  comprendere, se del caso, che può giungere un momento in cui occorre cambiare strada. Ed essere in grado di farlo. Serve, in una parola, a scrivere meglio le pagine della propria storia.

Per questo l’Università serve ai figli. E serve anche ai padri: perché di imparare non si può smettere mai.

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