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La compagnia del cigno

By In

Su Rai1 è andata in onda una fiction dal titolo “La compagnia del cigno”. I protagonisti sono 7 adolescenti (tra i 13 e i 17 anni) che frequentano il Conservatorio “Giuseppe Verdi” di Milano. In particolare: Matteo, che viene da Amatrice e non ha elaborato la morte della madre, vittima del terremoto; Sara, che essendo ipovedente non suona nell’orchestra; Robbo che vive un momento travagliato a causa della separazione dei genitori; Domenico che viene dalla Sicilia ed ha umili origini; Barbara che è fin troppo riflessiva per la sua età; Sofia che ha problemi di sovrappeso; Rosario che è figlio di una tossicodipendente ed è affidato ad una coppia senza figli.

Il perno della storia è il Maestro Luca Marioni , che i ragazzi chiamano “il bastardo” per i metodi molto severi. Marioni è molto esigente: per lui è il modo di far capire ai ragazzi che la vita non fa sconti. Il Maestro ha a cuore la “crescita” degli allievi. Il suo compito è duplice: a) formare un’orchestra, ovvero un squadra che deve collaborare per perseguire un obiettivo comune; b) tirare fuori il meglio (il talento) da ogni singolo ragazzo.

L’orchestra (come il coro) è la metafora per antonomasia del lavoro di squadra.

Insegnare ai giovani a lavorare insieme, a migliorarsi per migliorare tutti e il tutto, dovrebbe essere il denominatore comune della formazione.

A scuola si insegna ad essere competitivi (sovente in questa prospettiva vengono vissuti gli stessi test Invalsi). Poi ci si augura che le persone imparino anche a saper lavorare in gruppo. Ma questo è tutt’altro che scontato e addirittura controintuitivo se il messaggio che viene lanciato è quello di arrivare primi battendo gli altri.

Gli esperti spiegano che il lavoro di squadra ha precisi ingredienti. Ad esempio: il senso di appartenenza per raggiungere un obiettivo comune; l’interdipendenza perché la squadra funziona se tutti funzionano; la fiducia reciproca; la coesione; lo scambio di informazioni; la nascita di un legame affettivo e così via.

Viviamo un tempo che spasima per i leader (anche se in giro non se ne vedono tanti degni davvero di quella qualifica). Ma un leader non è nulla senza una squadra.

E’ fondamentale che la formazione (da quella primaria a quella superiore) si proponga l’obiettivo di far apprendere il lavoro di squadra, una skill cosiddetta trasversale. Non è auspicabile avere professionalità brave nell’esercitare il proprio mestiere ma che non siano in grado di lavorare in gruppo.

Questo significa due cose.

Da un lato bisogna ricorrere a strategie didattiche che facciano apprendere questa abilità. Oltre alla lezione frontale bisogna utilizzare metodi come il cooperative learning o i giochi di ruolo che consentono di imparare (oltre ai saperi disciplinari) anche le skill del lavoro di gruppo.

Ma c’è anche un altro aspetto che è ancora più importante. Imparare a diventare squadra, infatti, non è solo un problema di metodo: è un valore. Perché gli ingredienti del lavoro di squadra sono quelli che consentono di diventare comunità e, quindi, Paese: una comunità che persegue degli scopi comuni; scopi che possono essere raggiunti solo se ognuno collabora svolgendo al meglio il proprio ruolo.

Vita Trentina 3 febbraio 2019

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