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Questione morale e indipendenza della magistratura

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l’Adige 20 giugno 2019

Alto Adige 20 giugno 2019

Per affrontare la questione posta dal Direttore Faustini nell’editoriale di domenica a proposito della necessità che ci sia una indipendenza vera della magistratura conviene partire dai fondamentali.

I giudici sono soggetti soltanto alla legge: art. 101 della Costituzione. Per rendere effettivo questo principio occorre evitare che l’operato dei giudici possa essere condizionato da poteri pubblici o privati. Si spiega così l’art. 104 che solennemente proclama l’autonomia e l’indipendenza della magistratura da ogni altro potere. Ma l’indipendenza non basta. Quest’ultima non potrebbe realizzarsi pienamente se il modo in cui concretamente si esplicano le attività negli uffici giudiziari e le pur legittime aspettative di vita personale e professionale dei magistrati dipendessero da scelte e disposizioni provenienti da altri poteri. Di qui la necessità di garantire l’autogoverno della magistratura che lo stesso citato art. 104 della Costituzione attribuisce al Consiglio superiore della magistratura. La garanzia costituzionale dell’indipendenza e dell’autogoverno della magistratura (con il presidio del CSM) è diretta ad assicurare l’effettività della tutela giurisdizionale dei diritti e, quindi, l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge.

Questo quadro teorico deve fare i conti con la scandalo che in questi giorni ha investito il CSM. Il nuovo Presidente dell’Associazione nazionale magistrati, Luca Poniz, ha affermato: «C’è una gigantesca questione morale che investe la magistratura». Ma cos’è esattamente, in questo caso, la questione morale?

Al di là della eventuale rilevanza penale dei comportamenti tenuti dalle persone coinvolte, ciò che ha creato sconcerto nell’opinione pubblica è il fatto che alcune persone (magistrati e politici) si riunissero fuori dalle sedi istituzionali per decidere delle nomine dei vertici di importanti uffici giudiziari sulla base non già del merito dei candidati bensì alla luce di convenienze personali e politiche dando corpo ad «una degenerazione del correntismo e del carrierismo» (tra virgolette, ancora parole di Poniz).

La questione morale ruota intorno ad alcuni ben precisi elementi.

Primo. Esiste uno spazio nel quale l’agire pubblico è sottoposto ad un giudizio morale. Non bisogna solo astenersi dal porre in essere i comportamenti vietati dal diritto (penale). Occorre agire in modo da non violare i valori che tengono insieme una società. Norberto Bobbio spiegava che ciò che rende moralmente illecita ogni forma di corruzione politica (tralasciando l’illecito giuridico) è la fondatissima presunzione che l’uomo politico che si lascia corrompere abbia anteposto l’interesse individuale all’interesse collettivo, il bene proprio al bene comune, la salute della persona e della propria famiglia a quella della patria (Bobbio, Etica e politica, in Elogio della mitezza e altri scritti morali, Milano 1994, p. 102). Chi parla delle promozioni dei giudici a cena, chi alimenta il carrierismo fa mercimonio di una cosa che non gli appartiene: la funzione pubblica. Questo è moralmente scorretto e va combattuto, al di là della rilevanza giuridica, perché fa venir meno la fiducia e quindi la legittimazione a svolgere un determinato ruolo pubblico.

Secondo. Le persone che ricoprono funzioni importanti sono chiamate a misurarsi con standard di comportamento più severi di quelli richiesti alla gente comune. E in nessun caso possono porre in essere azioni che minano la credibilità della funzione esercitata e della istituzione di appartenenza. Senza che rilevi il fatto che il comportamento sia tenuto all’interno o all’esterno del contesto lavorativo. Non si smette mai, neanche nella vita privata, di essere magistrati (o politici, o professori, o medici, o giornalisti).

Terzo. Se esistono persone «disinvolte», ovvero spregiudicate e prive di freni morali, è altrettanto vero che esistono tante persone «integerrime» tra i magistrati e tra i politici: soggetti di assoluta onestà e rettitudine. Essi soffrono quando apprendono di scandali quale quello di cui stiamo discutendo: perché comprendono il danno che ne deriva per le istituzioni; perché vedono infangato anche il proprio lavoro dalla tendenza deteriore a fare di ogni erba un fascio. Proprio perché integerrime, queste persone tendono a continuare a lavorare in silenzio ed evitano di proporsi per cariche di vertice (come può essere il far parte del CSM) per scongiurare il rischio di finire invischiati in determinati meccanismi. Ma questo atteggiamento costituisce un danno per la collettività: se gli integerrimi si fanno da parte, tutto lo spazio viene occupato dai disinvolti.

Quarto. Di fronte a comportamenti immorali di magistrati e politici i primi a dover reagire sono proprio i magistrati e i politici. Perché solo in questo modo si riesce a dimostrare che il sistema ha gli anticorpi per difendersi. In caso contrario si avrebbe la resa conclamata all’illegalità e la regressione totale della società.

Quinto. Per far fronte allo scandalo di questi giorni, da più parti si invoca una riforma del Consiglio superiore della magistratura. E sì: perché i comportamenti tenuti da alcune persone (al di là della rilevanza penale, si torna a ripetere) hanno messo in dubbio la capacità dei magistrati di autogovernarsi. E l’autogoverno, come si è detto, dei giudici è uno dei cardini del nostro sistema costituzionale. Ma la questione morale non si affronta solo in questo modo. Per i magistrati la questione morale coincide con il «saper essere magistrati». Vengono così in rilievo le modalità attraverso le quali i magistrati vengono formati. Ma di questo parleremo un’altra volta.

 

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