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Sgarbi, Zecchi e noi

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L’estate trentina comincia all’insegna di uno scontro tra Vittorio Sgarbi e Stefano Zecchi. Oggetto del contendere il Palazzo delle Albere, una villa-fortezza costruita nel XVI secolo dai principi-vescovi Madruzzo.

Sgarbi (neopresidente del Museo d’arte contemporanea) lo vorrebbe per il Mart con l’obiettivo di utilizzarlo per esporre opere donate che non trovano altra collocazione.

Zecchi (neopresidente del Museo delle scienze) lo vorrebbe per il Muse perché, a suo avviso, sarebbe la sede ideale per ospitare un “museo della filosofia”, al fine di scandagliare il pensiero scientifico nato dalla filosofia.

I precedenti tra i due. Lo scontro tra Sgarbi e Zecchi non è una novità. Le cronache raccontano di frizioni nel 2006 in occasione del varo della Giunta Moratti appena eletta Sindaca di Milano (la Repubblica del 23 aprile 2006. Link al pdf). Zecchi era stato assessore alla cultura del predecessore Albertini e aspirava alla riconferma. Sgarbi, a propria volta, si proponeva per il ruolo (per stare dalla parte della Moratti, aveva rinunciato a candidarsi a Sindaco). La spuntò Sgarbi. (Exibart del 20 giugno 2006. Link al pdf). Ma nel 2008 Letizia Moratti lo congedò dal ruolo (l’Occidentale del 12 maggio 2008. Link al pdf). Altre scintille scoppiarono in occasione della nomina del soprintendente dell’Arcimboldi e per il prestito del Cristo morto alla mostra di Mantova sul Mantegna (il Giornale del 28 agosto 2006. Link al pdf).

Che i due entrino in rotta di collisione deriva, forse, dall’indole diversa. Entrambi sono diventati famosi grazie al Maurizio Costanzo show (ne avevo parlato qui). Passionale e irruente l’uno, pacato e serafico l’altro. In un articolo apparso su Repubblica, Zecchi veniva definito come “l’anti-Sgarbi” (la Repubblica del3 agosto 2005. Link al pdf). Forse proprio per questa diversa dimensione caratteriale non poche volte al Maurizio Costanzo show i due hanno dato vita a scontri polemici. Uno di essi venne ricordato anche da Paolo Villaggio in un’intervista (rilasciata a La Stampa del 26 marzo 2010. Link al pdf). Alla domanda “Cosa le dà più fastidio vedere?” Villaggio rispose:

«Gli intellettuali da tivù. Ricordo una volta che portai al Maurizio Costanzo Show il mio amico Ugo Tognazzi. C’erano Zecchi e Sgarbi che litigavano sul nulla. Lui taceva. Dopo 40 minuti, sollecitato da Costanzo, pacatissimo, prese la parola: “Mi scusi, dottor Costanzo, io non ho parlato perché, data la mia ignoranza, non ho capito un c…!”. Il Parioli esplose: un trionfo!».

Gli esempi di rivalità tra persone famose sono davvero tanti. Nel mondo dello sport basti pensare ai binomi Rivera-Mazzola, Coppi-Bartali, Maiorca-Mayol, Lauda-Hunt; per lo spettacolo si possono citare le contrapposizioni tra Bette Davis e Joan Crawford o tra Mina e Ornella Vanoni; per l’imprenditoria vengono in mente le schermaglie tra Bills Gates e Steve Jobs o quelle (meno giocate sul campo dell’innovazione) tra Berlusconi e De Benedetti. E si potrebbero richiamare anche le rivalità storiche: partendo da Atene e Sparta per giungere alla frizione tra Trump e il Presidente Nordcoreano Kim Jong-un che, agli inizi del 2018, si sono sfidati a chi… ha il bottone nucleare più grosso.

Toccherà al Presidente Fugatti e al suo “governo del cambiamento” trovare una possibile mediazione. Anche se la situazione sembra aver già raggiunto un punto di non ritorno se è vero che Zecchi è intenzionato a lasciare ove non vedesse accolta la propria richiesta.

Fino a questo momento l’innovazione alla guida delle nostre più importanti istituzioni museali sembra coincidere con l’importazione di una contrapposizione nata in altri contesti che poco ha di nuovo e (almeno finora) di concreto. La rivalità, del resto, è un meccanismo per attirare l’attenzione e alimentare (nel bene e nel male, a seconda dei casi) la notorietà delle persone coinvolte e delle cose a cui si dedicano.

Per come li conosco, i trentini non amano le polemiche come quella cui stiamo assistendo.

Fabrizio Rasera mi ha fatto notare come il ricorso ad espressioni tipo “il mio progetto”, o “il mio Museo”, ovvero la sottolineatura dell’impronta personalistica (spinta sino al “o si fa come dico io così o me ne vado”), siano la spia del sequestro della dimensione collettiva del fare cultura: la dimensione nella quale si riconosce l’identità originaria di queste istituzioni culturali.

Una ricaduta di quella impostazione porta a pensare che le istituzioni debbano collaborare in una visione d’insieme e non giocare una partita per conto proprio tesa a cercare di prevalere sugli altri.

Si può cambiare senza (far) perdere né identità né (come sembra emergere in questo caso) ragionevolezza. L’innovazione è una scommessa. Sempre che a promuoverla siano le persone giuste.

pubblicato su l’Adige del 27 giugno 2019

28 giugno: intervento di Fabrizio Rasera

30 giugno: editoriale di Alberto Faustini + intervento Zecchi

2 luglio: lettera di Sgarbi

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