previous arrow
next arrow
Blog

Sul callido meccanismo che consente di pagare sempre meno i lavoratori esternalizzati. Intervista a “Trentino”

By In

«Salario minimo contro gli appalti dello scandalo»

L’INTERVISTA A GIOVANNI PASCUZZI

di Gianfranco Piccoli

«È accettabile da un punto di vista etico che lo stesso lavoro venga pagato molto meno dallo stesso datore di lavoro? Se effettivamente prima era pagato troppo, significa che c’è materia di intervento per la Corte dei conti».

Giovanni Pascuzzi, professore ordinario di diritto privato comparato presso la facoltà di Giurisprudenza, fissa con una provocazione il suo punto di vista sul tema degli appalti pubblici dei servizi. Un tema esploso nelle ultime settimane con le durissime vertenze aperte per i lavoratori del servizio di portineria dell’ateneo e per le lavoratrici impegnate nell’appalto per le pulizie del Comune di Trento (ma la situazione trova riscontri anche nel personale del Muse). Con il nuovo bando il personale ha sì mantenuto il posto di lavoro (garantito dalla clausola sociale), ma ha visto calare la mannaia sulle retribuzioni, scatenando l’ira dei lavoratori e dei sindacati. Al punto che il sindaco Alessandro Andreatta ha deciso due giorni fa di revocare il bando per le pulizie, senza per altro avere in mano soluzioni alternative.

Professore, cosa sta succedendo negli appalti pubblici?

Il tema è molto complesso, però non posso non partire dal punto che reputo principale: quello etico. Ad ogni cambio di appalto si assiste ad una diminuzione della retribuzione. Questo è inaccettabile dal punto di vista etico, senza scomodare l’articolo 36 della Costituzione.

Inaccettabile perché?

Delle due l’una: o prima si pagava più del dovuto e allora c’è un problema di Corte dei conti, oppure prima si pagava il giusto e non è corretto pagare di meno.

Quando parla di datore di lavoro parla dell’ente pubblico naturalmente…

Certamente. E su questo dobbiamo capirci: questo problema riguarda ormai soprattutto il pubblico. Nel settore privato è vero che c’è la precarizzazione, ma se il privato scopre un dipendente bravo e fedele non se lo lascia scappare e soprattutto non lo paga meno, non ha interesse a fargli perdere la voglia di lavorare.

Nel pubblico invece?

Nel pubblico è partita questa logica sfrenata della riduzione dei costi, dell’esternalizzazione dei servizi. Il core business di questi servizi è il lavoro, visto che il materiale di consumo ha un costo relativo. Sai che pagherai meno e sai che avrai un servizio peggiore, con un effetto boomerang.

C’è solo una logica economica in queste politiche di esternalizzazione?

Sono norme fatte per creare uno schermo. Formalmente questi lavoratori non sono dipendenti pubblici, così gli enti pubblici si tutelano rispetto a possibili vertenze. Sul piano tecnico è così, ma dal punto di vista della dinamica di potere è un meccanismo inaccettabile, perché alimentano lo sfruttamento e la precarizzazione. Di fatto l’ente pubblico, dal punto di vista della speculazione, fa una politica peggiore del privato. Ma c’è un terzo aspetto.

Quale?

Il peggioramento del servizio. Faccio a me stesso la domanda: Accetterei di fare lo stesso lavoro che faccio per un terzo dello stipendio? Se uno lo fa per non morire di fame di certo non dà l’anima per quello che fa. Accettare offerte al ribasso non è possibile: uno deve stabilire contratti collettivi di lavoro, una retribuzione minima. Altrimenti si fa finta di non capire: “Non sono dipendenti miei, è colpa sua, è colpa di Apac, è colpa di questo, è colpa di quello…”. E alla fine non è colpa di nessuno.

Dal punto di vista giuridico è tutto cristallino?

Ci può essere anche un rispetto formale delle regole. Ora non voglio fare paragoni esagerati, ma anche nei sistemi dittatoriali c’è un diritto vigente. Non si possono usare le leggi come schermo, perché le leggi hanno permesso cose indicibili in passato. Non sempre ciò che è legale è anche giusto.

Quindi?

Quindi se c’è una norma iniqua va cambiata. Chi ha fatto il bando e ha visto che si sarebbe pagato un terzo non si è fatto la domanda: “Ma questo è giusto?”. Altrimenti sembra che non sia mai colpa di nessuno. Qualcuno il bando lo ha fatto, ci ha pensato, sapeva che risparmiava dei soldi. Non si è fatto la domanda: “A chi sto togliendo quei soldi?”. E se mi fossi accorto che non c’era modo di fare un bando diverso, sarei stato il primo a gridare allo scandalo, non avrei aspettato che fossero il sindacato e i lavoratori ad accorgersi.

Colpa della politica quindi?

Se credo al lavoro, se credo a certi principi, devi gridare allo scandalo, non parlare ex post. Altrimenti è uno scaricabarile continuo sui più deboli. Diamo per scontato che un giorno i robot sostituiranno i lavori più umili. Invece arriverà il giorno in cui i robot sostituiranno i lavori più nobili. Perché se il lavoro più nobile è fare un appalto ad un terzo di quello di ieri, basta un robot. Se i dirigenti vogliono essere pagati tanto, allora che trovino le soluzioni per garantire efficienza e rispetto del lavoro e non si trincerino solo dietro alla frase: “Ma la legge me lo impone”.

Questione etica, questione di valori.

Non possiamo accettare l’idea che le persone vengano trattate come merci. Quando noi diciamo: “Difendiamo i nostri valori”, intendiamo anche trattare il lavoro in questa maniera? Difendere la dignità del lavoro significa difendere una nostra conquista. Mi pare che questo sia sfuggito alla politica, a partire dal Partito democratico. D’altra parte, di questi appalti non possiamo certo accusare questa giunta provinciale. Di concorrenza in concorrenza non possiamo pensare di pagare il lavoro “zero”. E questo vale per tutto il lavoro, dipendente e non.

Intervista pubblicata su Trentino del 14 settembre 2019

 

Documenti correlati

Autocritica dell’ex Assessore

Commento del sindacato all’autocritica dell’ex Assessore

 

 

Skip to content