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Recensioni

Piccoli tasti, grandi firme. L’epoca d’oro del giornalismo italiano (1950-1990), a cura di Luigi Mascheroni

By In

“Piccoli tasti, grandi firme” è il titolo di una mostra sull’epoca d’oro del giornalismo italiano (1950-1990) che si tiene ad Ivrea fino al 31 dicembre e della quale l’editore “La nave di Teseo” ha pubblicato il catalogo curato da Luigi Mascheroni.

Il volume è ricco di fotografie (molte in bianco e nero: un dettaglio, se si vuole, romantico, ma che testimonia, da solo, la prossimità temporale di alcuni progressi oggi dati per scontati) che restituiscono un mondo ormai molto cambiato: quello delle redazioni che funzionavano grazie al lavoro insostituibile svolto da figure come i dimafonisti e delle rotative che ruotavano su originali composti con il piombo. Quel mondo è descritto attraverso alcuni saggi, le biografie di giornalisti di razza (Enzo Biagi, Giorgio Bocca, Indro Montanelli, Oriana Fallaci, Gianni Brera ed altri) ed una antologia di articoli che hanno fatto storia. Ad esempio: “Il lato debole”, di Camilla Cederna; oppure “Il vuoto di potere in Italia” di Pier Paolo Pasolini; o, ancora, “Lungo la pista di Ho Chi-Min” di Goffredo Parise.

La lettura del volume è istruttiva per i più giovani e suggerisce numerosi temi riflessione che provo brevemente ad elencare.

Lo sguardo diacronico che il libro adotta evidenzia innanzitutto i cambiamenti innescati dalla rivoluzione tecnologica e da quella digitale in particolare. Oggi i giornali si compongono online e testi e immagini possono essere trasmessi, in forma di bit, da un capo all’altro del pianeta in frazioni di secondo. Un tempo gli inviati dettavano il pezzo ai dimafonisti prima ricordati, pezzo che poi veniva trascritto e composto. Oggi vediamo in tempo reale le foto che giungono dai satelliti lanciati in orbita. Il libro racconta cosa avvenne nel 1969 dopo la sbarco dell’uomo sulla luna. La NASA distribuì le prime foto, a colori, qualche giorno dopo il rientro di Armstrong e compagni ai giornalisti lì presenti. Ne nacque una gara tra Oriana Fallaci (per l’Europeo) e Livio Caputo (per Epoca) a chi faceva prima a prendere l’ultimo volo dagli USA per l’Italia: e già, perché le foto potevano essere pubblicate solo se arrivavano fisicamente in tipografia. Per la cronaca, prevalse Caputo ed Epoca uscì un giorno prima de l’Europeo vendendo tantissime copie in più.

Il secondo aspetto che salta agli occhi leggendo il volume è lo stretto legame che esisteva tra quotidiani e alta cultura: Montale, Croce, Pasolini, Ginzburg (per citare solo alcuni) hanno scritto sul Corriere della Sera editoriali o “elzeviri” che sono altrettante pietre miliari del pensiero del ‘900. Oltre all’articolo prima citato di Pasolini (che collegava il mutato atteggiamento dei dirigenti democristiani alla scomparsa delle lucciole, ventilando, forse per la prima volta, era il 1975, che il potere vero non apparteneva più alla politica), mi piace ricordare un fondo di Natalia Ginzburg (pubblicato sul Corriere della Sera del 1° ottobre 1976) dall’eloquente titolo “Pagate i Maestri come i Ministri. Purché non insegnino l’imbecillità”. Sarebbe fin troppo banale chiedersi quanti sono oggi gli intellettuali di vaglia che scrivono sui quotidiani (domanda che sarebbe comunque meno dirompente del semplice domandarsi: “quanti sono e dove sono gli intellettuali”?). Meno che mai avrebbe senso vaticinare che nessuno degli autori che spopolano sul web supererà il severo giudizio del tempo. L’influencer ha rimpiazzato l’opinionista/editorialista di allora. Ma le caratteristiche sono diverse. Le persone che ho citato avevano una spiccata personalità. Come l’avevano (e devono avere) i Direttori dei giornali. Nel libro si riportano aneddoti che riguardano la vita di Montanelli, Biagi, Scalfari, e molti altri che, a partire dai dettagli, dimostravano l’attitudine a ricoprire il ruolo. I quotidiani sono tanto più apprezzati e seguiti quanto più i loro direttori hanno una personalità capace di imporre una linea riconoscibile e credibile.

I cambiamenti intervenuti sono certamente più numerosi di quelli sin qui sommariamente descritti. Cambiamenti che pongono un interrogativo: chi è oggi il giornalista? I mutamenti epocali intervenuti ne hanno cambiato ruolo e funzione? Per chi giornalista non è, la risposta non può che coincidere con il punto di vista del lettore. Molti anni fa la Corte di Cassazione ha detto che l’attività giornalistica è una prestazione di lavoro intellettuale volta alla raccolta, al commento ed alla elaborazione di notizie destinate a formare oggetto di comunicazione interpersonale attraverso gli organi d’informazione. Il giornalista è un mediatore intellettuale fra il fatto e la diffusione di esso: egli è titolare della funzione di acquisire la conoscenza dell’evento, valutarne la rilevanza in ragione della cerchia dei destinatari dell’informazione, e confezionarne quindi il messaggio con apporto soggettivo ed inventivo. Io penso che questa ricostruzione della figura del giornalista sia tuttora valida. Un mondo (quello che possiamo icasticamente riassumere nell’uso della macchina per scrivere “Olivetti Lettera 22” che compare sulla copertina del libro) certamente non esiste più. Quel modo di fare cronaca ha fatto storia ma è anche consegnato alla storia. Cionondimeno trovare e diffondere notizie resta una attività fondamentale per la democrazia. Di qui la necessità di avere professionisti dell’informazione cui affidare compiti essenziali come quello di non smarrire la distinzione tra scoop e gossip, tra verità e fake news.

 

 

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