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Articoli su quotidiani

Dissenso e nonsenso

By In

Mercoledi 30 ottobre a Sociologia si è tenuto un seminario sul tema dei migranti che partono dalla Libia. Alcuni giovani hanno contestato l’iniziativa (con modi che hanno richiesto l’intervento delle forze dell’ordine) perché non volevano che nell’Università prendesse la parola un giornalista dalle medesime persone definito “fascista”.

Non è la prima volta che assistiamo a contestazioni “vivaci”. Vorrei riassumere alcuni episodi raggruppandoli per tipologie.

A) Ci sono stati casi in cui, appunto, le proteste sono state motivate dalla convinzione che qualcuno, per una ragione o per un’altra, non dovesse parlare nell’Università. Oltre al caso di ieri si può ricordare che il 6 aprile 2017 venne annullato, sempre a Sociologia, un seminario sul cyberbullismo perché nei bagni del medesimo edificio erano apparse scritte ingiuriose nei confronti di uno dei relatori. Grave l’episodio che avvenne, sempre a Sociologia, il 28 ottobre 2010 quando ci fu un blitz anarchico per impedire, anche con lancio di vernice rossa, lo svolgimento di un convegno sulle missioni di pace: anche in quel caso veniva contestato uno specifico relatore.

B) Altre volte sono state contestate alcune decisioni dell’Ateneo. Il 2 ottobre 2017, quando è stata conferita la laurea ad honorem a Marchionne, alcune scritte apparvero sui muri di Trento e Rovereto e una trentina di persone manifestarono (peraltro in modo assolutamente pacifico) nella Città della Quercia dove si tenne la cerimonia.

C) Ci sono state poi le contestazioni in occasione delle inaugurazioni dell’anno accademico. Per trovare le ultime bisogna risalire alle inaugurazioni degli anni accademici 2009 e 2010. Il 1° dicembre 2009 il Rettore di allora chiese l’intervento della polizia per sgomberare la sala dove si sarebbe dovuta svolgere la cerimonia. Una contestazione si ebbe anche il 24 novembre 2010: in entrambe le occasioni le rimostranze erano contro la riforma Gelmini e la cosiddetta provincializzazione dell’Università.

Lascio volutamente fuori da questa lista l’attentato che, nell’aprile 2017, prese di mira il laboratorio di crittografia a Povo: si tratta di un atto di chiara natura criminale che speriamo non debba mai più ripetersi.

Il lettore potrà notare che l’elenco si compone di un numero non elevato di episodi, che si snocciolano in un arco di tempo che copre un decennio e che, proprio per questo, sono stati posti in essere non solo da persone diverse ma anche da “generazioni” diverse, senza contare che non sempre si è trattato di studenti dell’Ateneo.

Perché ne parlo, allora? Ne parlo perché viene citato il dissenso e il diritto a dissentire.

Ora, il dissenso è una cosa seria e penso vada tutelato: non solo per garantire a tutti (e sottolineo tutti) la possibilità di esprimersi, ma anche per l’utilità che può produrre l’ascoltare chi vede le cose in modo diverso.

Ma è dissenso qualcosa di cui non si sente mai parlare e che emerge di tanto in tanto soltanto per protestare in maniera eclatante contro il presunto fascista o militarista di turno?

Davvero l’emergenza inaccettabile è che un singolo parli? Non ci sono derive molto più pericolose?

Se devo essere sincero io sono molto più preoccupato della presenza stabile dei locker di Amazon in Ateneo in quanto simbolo della sorveglianza di massa e della resa incondizionata ai grandi player della rete. Dentro di me sono convinto che se Michel Foucault potesse scrivere il seguito di “Sorvegliare e punire” lo chiamerebbe “Sorvegliare e gratificare”. (Chiarisco, per evitare polemiche, che ho fatto questo esempio per dire che possono esserci in giro pericoli ben più gravi di quelli per cui si discute e che meriterebbero almeno una riflessione).

Non comprendo perché i “dissidenti” non siano vivaci ad esempio rispetto a vicende come quella che ha colpito il personale delle portinerie nella quale abbiamo toccato con mano la pervasività delle “leggi del mercato” che possono ignorare elementari principi etici e la dignità delle persone. Uno scenario che rischia di colpire soprattutto le nuove generazioni.

Ancora, e chiudo con gli esempi, non comprendo perché dopo le fiammate prima ricordate del 2009 e del 2010 più nulla venga contestato né della riforma Gelmini né della cosiddetta provincializzazione (non vorrei dover concludere che i contestatori di allora avessero torto).

Non voglio né posso insegnare nulla a nessuno.

Desidero solo dire che il dissenso è una cosa seria. Va testimoniato ogni giorno nell’agire concreto, facendo proposte alternative, assumendosi le responsabilità. Mi piacerebbe, ad esempio, vedere più assemblee dei ragazzi tenute non solo a ridosso delle elezioni studentesche per discutere dei grandi temi legati ai giovani, al loro futuro e, di conseguenza al futuro di questo paese.

Ma ritrovarsi ogni due o tre anni per provare ad impedire a qualcuno di parlare, riuscendo così ad accendere i riflettori dei grandi media nazionali, non ha a che fare con il dissenso ma con il nonsenso. Ai miei occhi questo copione appare come una specie di “zingarata”, di quelle che ponevano in essere i protagonisti del film “Amici miei”: lasciavano solo una grande malinconia.

 

l’Adige 1° novembre 2019

 

 


Parlare all’Università e dell’Università

 

Lo scorso 30 ottobre, a Sociologia, in occasione di un convegno sui migranti che partono dalla Libia, è andato in onda un copione già visto e ormai francamente noioso.

Una quarantina di giovani (molti estranei all’Ateneo) hanno contestato lo svolgimento dell’evento perché (a loro dire) un relatore sarebbe “fascista” (il seminario si è tenuto regolarmente anche se disturbato dai fischi). Le generazioni cambiano (si spera, cioè, che queste persone non siano le stesse che contestavano 10, 20 o 30 anni fa, semplicemente invecchiate), il mondo diventa sempre più ingiusto, spesso a scapito proprio dei più giovani, ma alcuni si lasciano andare a “contestazioni vivaci” solo quando si tratta di impedire ad una singola persona di parlare perché ritenuto “fascista”. Reagiscono pavlovianamente ad un unico stimolo: per il resto tutto va bene. Queste persone più che eredi del sessantotto sono eredi del Conte Mascetti di Amici miei: il gruppo di amici che conduce una vita monotona e anonima salvo ritrovarsi ogni tanto per fare un po’ di caciara.

L’altra parte del copione l’hanno recitata persone diverse. Un esponente politico di Forza Italia ha accusato di vigliaccheria il Rettore e/o l’Università che si sarebbero arresi ai violenti non chiamando la polizia (vedi https://tinyurl.com/y44matmq) (PDF). Mentre ben quattro parlamentari della Lega hanno affermato che l’Università ha dimostrato “nei fatti di non essere capace di insegnare agli studenti il rispetto e l’importanza del confronto tra le idee” (vedi https://tinyurl.com/y5kazsqa) (PDF). Anche queste persone sembrano reagire pavlovianamente ad un unico stimolo, di segno opposto: protestano vivacemente solo quando un gruppo di ragazzi protesta per un unico motivo (prima detto): per il resto, nel mondo, tutto va bene.

Stimolo e controstimolo. Proteste e contro-proteste. Una microdinamica che si ripete stantia.

Penso che non si possa accusare qualcuno di vigliaccheria.

Penso che non si possa dire che i Professori non sappiano insegnare: quale competenza ha chi lo afferma per giudicare il lavoro di centinaia di persone condannate sulla base di un episodio?

Comunque non spetta a me entrare nel merito di questa polemica (il Rettore valuterà se rispondere nelle sedi opportune, anche quella giudiziaria, al fine di tutelare se stesso e l’Università di cui è il rappresentante legale).

Vorrei fare due considerazioni di carattere generale.

A) Parlare DELL’Università. Siamo per fortuna in un Paese libero ed ognuno può dire la qualunque. Ma si possono mettere sullo stesso piano il lavoro degli esperti e i giudizi di chi magari all’Università non ci ha mai messo piede? Alle prevaricazioni si può reagire in molti modi. Ma se l’obiettivo è insegnare il rispetto delle opinioni di tutti garantendo al tempo stesso il dissenso, il modo di insegnare è il manganello (di chi voleva l’intervento delle forze dell’ordine) oppure l’esempio di non ricorrere alla forza se non in casi davvero estremi? Si può insegnare a non picchiare picchiando? Si può insegnare a non urlare urlando?

E comunque: fa più rumore un albero che cade che una foresta che cresce. Ogni giorno all’Università si svolgono centinaia di eventi tra lezioni, seminari etc. a vantaggio di migliaia di ragazzi. Quattro deputati decidono che facciamo male il nostro lavoro perché un seminario è stato disturbato. E non spiegano quale competenza hanno per dare un giudizio così pesante né perché la loro ricetta pedagogica sarebbe più efficace di quella che contestano (e sì: sono dei contestatori anche loro).

B) Parlare ALL’Università. Una affermazione viene costantemente ripetuta: tutti devono poter parlare liberamente. E’ vero. Lo penso anch’io.

Ma è davvero così in tutti i casi? Davvero tutti possono parlare all’Università? E’ giusto che all’Università parlino i terrapiattisti? E’ giusto che all’Università parlino i no vax? E’ giusto che all’Università parli chi nega l’olocausto? E’ giusto che all’Università e dell’Università parli chi nulla sa di cosa significhi insegnare?

Vita Trentina, 17 novembre 2019

 

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