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Democrazia: tra incudine e martello

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Come ricordato dal Direttore Faustini nel suo editoriale di domenica, secondo il rapporto Censis (pdf) sulla situazione sociale del Paese, il 48% degli italiani dichiara che ci vorrebbe un “uomo forte al potere” che non debba preoccuparsi di Parlamento ed elezioni. Il dato suggerisce qualche riflessione.

a) Significative assonanze. Esiste una relazione tra quello che pensa un italiano su due e la richiesta formulata nell’agosto scorso da Matteo Salvini, leader del partito (“sovranista”) con il più alto indice di gradimento del Belpaese: «Chiedo agli italiani, se ne hanno voglia, di darmi “pieni poteri” per fare quello che abbiamo promesso di fare fino in fondo senza rallentamenti e senza palle al piede». I costituzionalisti Pollicino e Vigevani hanno spiegato (sul Sole24ore del 9 agosto) che quella frase evoca da una parte il “decreto dei pieni poteri” adottato dal Parlamento tedesco nel 1933, che, nei fatti, diede avvio alla dittatura nazista e, dall’altra, la sfida lanciata da Mussolini al Parlamento italiano quando, nel 1922, chiese “i pieni poteri perché vogliamo assumere le piene responsabilità”. Al di là delle preoccupazioni degli studiosi, l’esternazione di Salvini non ha suscitato particolare allarme (ed è stata digerita come ormai si digerisce qualunque cosa).

b) Le due povertà. Il citato rapporto del Censis spiega che la percentuale di chi chiede l’uomo forte (che non deve curarsi del Parlamento, tempio, per definizione, della democrazia) sale al 56% se si guarda alle persone con redditi più bassi e al 62% se si fa riferimento alle persone meno istruite. Sembra quindi che siano le povertà (quella materiale e quella culturale) ad alimentare il desiderio autoritario. Chi ha pochi mezzi vuole il leader forte: la democrazia è un “lusso” per ricchi, per chi se la può permettere. Effettivamente la democrazia ha un costo: ma è soprattutto un costo in termini di “fatica”. La democrazia richiede impegno, informazione, partecipazione, decisione, controllo tutte cose che è più facile delegare. Magari alla stessa persona. Una fuga (di massa) dalle responsabilità.

c) Come siamo arrivati fin qui. Difficile elencare le ragioni di questa sfiducia nella democrazia. La crescente diffidenza per la politica e i suoi rappresentanti spesso incapaci e corrotti. L’idea che lo Stato somigli ad un’azienda, e nell’azienda, si sa, è il vertice che prende le decisioni: gli altri ubbidiscono in cambio di un salario. Lo svilimento del valore dello studio quando nel modello proposto ai giovani i vincenti sono quelli che appaiono in tv o fanno i soldi facilmente anche se in maniera illegale. L’individualismo sfrenato che porta a disinteressarsi del destino altrui e, quindi, di come deve funzionare la casa comune. Questi e altri fenomeni minano gli ingredienti di base della democrazia: le persone sono sempre più dissuase dal coltivare impegno, studio, partecipazione, controllo. Perché altre sono le “narrazioni” vincenti. Se anziché invogliare le persone ad allenarsi si alimentano apatia e disinteresse, perché meravigliarsi se non sono in grado di correre i 100 metri e non abbiano neanche particolare voglia di farlo?

d) La democrazia tra incudine e martello. I fenomeni descritti sono figli, allo stesso tempo, delle due forze che in questo momento dominano la scena. Sono forze contrapposte che però convergono nel rappresentare una minaccia per la democrazia così come l’abbiamo tradizionalmente intesa.

La prima forza è la globalizzazione. La sua caratteristica principale è proprio quella di trasferire il potere decisionale, di fatto, dagli Stati ai mercati, con conseguente svuotamento delle funzioni dei Parlamenti democraticamente eletti. Ad essa è legata l’immagine di un potere verticistico proprio delle grandi aziende che sono i veri player del mercato mondiale che sempre più usano le tecnologie per costruire la società della sorveglianza di massa. I mercati richiedono tempi rapidi che mal si conciliano con la partecipazione e la discussione (ingredienti, abbiamo visto, della democrazia).

La seconda forza è il sovranismo. La globalizzazione ha creato molti “vinti”: sono quelli rimasti a piedi a seguito delle delocalizzazioni (ovvero le scelte di portare le aziende negli Stati dove il lavoro costava meno); o quelli che hanno visto ridursi i propri salari perché anche il costo del lavoro è sottoposto alle leggi di mercato (vedi, da noi, gli appalti per il personale dei servizi); o quelli che non vedono riconosciuti gli sforzi fatti per studiare. Sono le nuove povertà che non trovano più rappresentanza nei partiti tradizionali (che, difatti, non esistono più). In tutto questo trova alimento il sovranismo. Solo che il sovranista (anche quello di casa nostra) finisce per chiedere pieni poteri: vuole diventare, cioè;  l’uomo forte voluto dalla metà degli italiani. E torniamo a quello da cui eravamo partiti.

La globalizzazione sposta il potere dai parlamenti ai mercati. Il sovranismo tende ad attribuirlo all’uomo solo al comando. E la democrazia è in mezzo: tra l’incudine del sovranismo e il martello della globalizzazione. O anche il contrario. Tanto il risultato non cambia.

C’è chi crea masse di vinti impauriti (la globalizzazione) e chi cavalca le paure di quei vinti (i sovranisti). La democrazia si può salvare se si troverà il modo di far tornare le persone a sognare un futuro migliore. Per tutti.

l’Adige, 10 dicembre 2019

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