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Anche io non ho niente da nascondere

By In

Il tracciamento dei contatti è un metodo importante per le autorità sanitarie per determinare la fonte di un’infezione e prevenire l’ulteriore trasmissione.

In poche parole: se viene scoperta una persona contagiata gli si chiede chi ha incontrato in modo da poter intervenire su queste persone (isolandole/curandole) anche se asintomatiche.

La tecnologia può essere di grande aiuto nel tracciare i contatti di una persona. Una app sullo smartphone può tenere traccia di tutti i contatti che una persona ha avuto (ovvero, di tutti gli altri smartphone che con quello smartphone sono entrati in contatto ad una distanza e per un periodo di tempo astrattamente idoneo a rendere possibile il contagio: tutti questi parametri sono stabiliti in maniera incontrovertibile).

Supponiamo di vivere in un mondo ideale.

65 milioni di italiani (neonati e ultracentenari, ricchissimi e poverissimi, istruiti ed analfabeti, esperti di tecnologie e persone che comunicano con i segnali di fumo: tutti!!) hanno uno smartphone ed hanno installato la app che tiene traccia dei contatti. E supponiamo che ognuno tenga lo smartphone sempre acceso, lo tenga sempre con se (volatilizzati gli sbadati), non lo presti a nessuno nemmeno a chi ha urgenza di fare una telefonata.

Il sistema funziona benissimo. Tu fai le tue solite cose. Poi un giorno ti arriva un messaggio: sei entrato in contatto con una persona infetta. Che fai?

Ti aspetti di essere immediatamente contattato dalle pubbliche autorità. Nel mondo ideale funziona così. Ma ti ricordi che, una volta, in un paese adagiato nel mediterraneo e baciato dal sole era successo che addirittura i medici e il personale sanitario si erano lamentati perché non riuscivano ad avere un tampone (non ne parliamo delle persone ricoverate nelle rsa).

Non perdi la calma. In fondo non sei malato. Puoi aver contratto la malattia, ma non è detto. Ti ricordi che quello stesso paese è noto per l’arte di arrangiarsi. Ti muovi per fare il tampone. L’amico dell’amico dell’amico ti promette che te lo fa tra tre giorni. Respiro di sollievo.

Dura poco. Pensi: che faccio torno a casa oggi? C’è mia madre anziana, mia moglie incinta, e mio figlio di tre anni. E se sono infetto? No, no. Il rischio è alto. E poi io non ho nulla da nascondere. Nel mondo ideale hanno predisposto degli alberghi dove chi deve trascorrere la quarantena va e ci sta per un mese così da non infettare nessuno. In quello stesso paese di cui sopra avevano detto che ci sarebbero stati, ma non se ne vide traccia.

Ma tu sei un cittadino modello. Non hai nulla da nascondere. Ti organizzi con altri nella tua stessa situazione. Occupate un piccolo albergo tutti insieme: starete li fino a quando vi faranno il tampone.

Ma si sparge la notizia. Dalla finestra, nel tuo autoisolamento, vedi che nessuno più prende la strada di quell’albergo. Ed anche i tuoi amici su facebook cominciano ad evitarti. Ti ricordi che, sempre in quel paese di cui sopra, non passa estate senza che i giornali non pubblichino la notizia di un qualche albergo che rifiuta di ospitare disabili gravi perché “spaventano” gli altri ospiti. E i disabili non sono contagiosi.

Passano i tre giorni. L’amico dell’amico dell’amico ti fa fare il tampone. Sei negativo. Puoi tornare a casa, al tuo lavoro, ai tuoi amici. Ma sei negativo davvero? Qualcuno tra i tuoi (presunti amici) può pensare che è meglio non rischiare. In fondo con un infetto sei sempre entrato in contatto. Magari semplicemente non hai ancora sviluppato la malattia. E magari lo può pensare anche il tuo datore di lavoro. E tua moglie.

Il tracciamento dei contatti è una cosa seria nell’ambito di una cosa estremamente seria come è il combattere una malattia.
Ma le cose serie difficilmente sono semplici e tanto meno si possono risolvere con le battute (perché questo è: “Io non ho niente da nascondere”, una battuta).

Si può partire con 65 milioni di smartphone (o cifra x) se abbiamo la possibilità:
a) Di fare in tempo reale 65 milioni di tamponi (o cifra x)
b) Di ospitare in residenze idonee le persone positive o in attesa del tampone
c) Di controllare la cultura dello stigma che governa il modo di ragionare di gran parte delle persone

Siccome non ho niente da nascondere penso che sul punto c) ci sia ben poco da stare tranquilli.

La morale di questa storiella è che di fronte ad un problema (serio) non ci si deve iscrivere al partito dei favorevoli o a quello dei contrari, ma si deve adottare la logica della complessità (dotandosi della necessaria dose di umiltà che questo comporta).

 

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