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Il bonus ai politici e l’etica pubblica

By In

Grandi polemiche ha suscitato la notizia dei tre deputati che hanno usufruito del «bonus» da 600 euro riservato ai titolari di partita Iva danneggiati dallo stop delle attività imposto dalla pandemia.

Chi ha preso il contributo sostiene che essendo lo stesso riconosciuto dalla legge era un proprio diritto chiederlo anche se per ipotesi la legge fosse stata scritta male nella parte in cui non poneva limiti di sorta.

Altri stigmatizzano il comportamento di tali parlamentari i quali, non paghi del lauto stipendio che hanno continuato a percepire, si sono lanciati anche sulle briciole della torta riservata a quanti hanno davvero patito il lockdown.

La querelle offre lo spunto per ritornare su alcune questioni di fondo.

1) Tutto ciò che è previsto dalla legge è moralmente giusto? Nella nostra cultura il diritto è nettamente distinto dalla morale, dall’etica e dalla religione. Il diritto coincide con la volontà/decisione di un legislatore, di regola una autorità legittimata politicamente dal voto (in realtà le cose sono un po’ più complicate, ma la semplificazione è imposta da ragioni di spazio). In epoche passate il diritto su basava sulla consuetudine o sulle tradizioni. Il diritto moderno viene posto e imposto da una decisione politica. Non è raro che nascano conflitti tra norme giuridiche e principi morali. È addirittura superfluo ricordare le leggi razziali del 1938: quelle leggi erano «diritto vigente» (ancorché approvate da un legislatore non eletto democraticamente) ma risultano oggi ripugnanti (e tali una minoranza le considerò anche allora). Non passa giorno senza che qualcuno invochi Antigone per rimarcare quanto antico sia il bisogno di disattendere leggi avvertite come moralmente ingiuste. E la stessa legge, in alcuni casi, riconosce la «obiezione di coscienza» consentendo di non adempiere alcuni obblighi normativamente previsti quando confliggono con intime convinzioni morali.

2) Tutto ciò che non è vietato dalla legge è lecito? Nessuna legge vieta formalmente di saltare la coda o di svelare il finale di un film giallo. Eppure chi lo fa subisce forme di riprovazione anche “colorite”. Questo avviene perché i nostri comportamenti non sono disciplinati solo dalla legge ma anche da norme sociali che ogni comunità trova naturale osservare. Negli ultimi tempi assistiamo al proliferare di codici etici e di codici di condotta. Sono regole non imposte dal legislatore ma adottate in piena autonomia da comunità e categorie di persone. Se ne sono dotati tutti i professionisti e le Università. Il codice etico dell’ateneo di Trento, ad esempio, impone a professori e studenti di trattare i loro interlocutori con cortesia, rispetto, lealtà e correttezza. Esiste anche un codice di condotta dei Deputati che impone loro di osservare principi di integrità, trasparenza, diligenza, onestà, responsabilità e tutela del buon nome della Camera dei deputati. Anche alcuni partiti hanno spontaneamente adottato dei codici etici. È il caso del Partito democratico: le donne e gli uomini di quel partito devono «vivere l’impegno politico con responsabilità e, per questo, sentire il dovere di confrontarsi e di dare conto del proprio operato». In realtà queste regole di comportamento non fanno altro che mettere per iscritto alcuni principi che fanno parte del comune sentire al di là di quanto previsto nelle leggi. Un modo per raccomandare comportamenti più virtuosi di quelli ordinariamente richiesti dall’ordinamento giuridico.

3) Cosa è lecito chiedere alle figure pubbliche e ai politici in particolare? Un’altra annosa questione attiene agli standard di comportamento che ci si deve attendere da chi ricopre una pubblica funzione. Siamo tutti uguali oppure chi ha un ruolo pubblico deve essere giudicato con maggior rigore? E fino a che punto la scelte private possono offuscare la sfera pubblica? Cosa penseremmo di un magistrato che va abitualmente a cena con un mafioso? O di un insegnante che posta su facebook un video nel quale si dimena ubriaco? Si pensi al seguente dilemma etico. A nessuno si può chiedere di sacrificare la propria vita. Ma supponiamo che ad Aldo Moro fosse stato promesso che avrebbe avuto salva la vita se avesse rivelato ai terroristi un segreto di Stato così importante da mettere a rischio la stabilità dello Stato stesso. Come lo avremmo giudicato se lo avesse fatto? Sarebbe stato un comportamento eticamente corretto?

Mi rendo conto di aver scomodato Aldo Moro e un tremendo dilemma etico per un caso da 600 euro (questo, però, oggi passa il convento).

Ma alla luce di quanto detto penso si possa affermare che esiste uno spazio nel quale i comportamenti (dei) politici devono essere sottoposti al vaglio di principi morali. Questo spazio si chiama etica pubblica. Sbaglia chi pensa si tratti di becero moralismo. Al contrario è la base della legittimazione democratica. E senza quella legittimazione non avrebbe valore neanche il diritto che, nella nostra cultura, della legittimazione democratica è figlio.

l’Adige 19 agosto 2020

Alto Adige 19 agosto 2020

 

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