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Articoli su quotidiani

Homo sapiens e l’orso (ovvero: del ridurre la possibilità di farci male)

By In

Sfogliando i giornali scopriamo che alcuni fatti si ripetono costantemente, come pure i commenti a corredo. Ad esempio ci si imbatte non di rado nella dolorosa notizia di un giovane precipitato in montagna; e a margine leggiamo puntualmente il suggerimento dell’esperto che ricorda quanto sia importante conoscere la montagna prima di avventurarcisi. Su un’altra pagina la notizia di qualcuno che ha rischiato di annegare per essersi allontanato troppo dalla riva; e di fianco il commento dell’esperto che spiega che occorre sapersi rapportarsi al mare se non si vuole che il divertimento si trasformi in dramma. C’è anche il copione del signore che ha perso una cifra ingente per essersi fidato di un broker di investimenti disonesto; anche qui segue l’intervento dell’esperto: bisogna informarsi su come investire i risparmi senza essere buggerati. In cronaca la notizia di una ragazza andata a sbattere su un monopattino elettrico: l’esperto di turno stigmatizza la mancanza di formazione su come si guidano questi aggeggi. Una adolescente accetta di farsi ritrarre nuda dal fidanzatino e la foto finisce su Facebook: l’esperto del ramo spiega che occorre formare i giovani sui pericoli sottesi all’uso dei social. Poi la notizia di un uomo ferito da un orso: anche qui l’esperto navigato spiega che le persone devono imparare cosa fare quando si incontra un grande carnivoro.

Potremmo continuare all’infinito. Non c’è problema che non possa/debba essere affrontato formando le persone: quella della formazione è una leva fondamentale.

E tuttavia: riusciamo ad immaginare un cittadino medio che, ogni giorno, oltre a svolgere le normali attività lavorative, si impegna a studiare la montagna, il mare, le strategie di investimento, i pregi e i difetti dei monopattini elettrici, il galateo dei social network e, da ultimo, anche come trattare gli orsi? Ovvero che si impegni ad imparare di tutto di più?

Il punto non è tanto fare i conti con il fatto che più della metà degli italiani non legge neanche un libro all’anno, quanto il dover scendere a patti con le caratteristiche intrinseche dell’homo sapiens.

Studiare qualcosa non significa automaticamente impararla davvero. E sapere qualcosa non significa ricordarsela e saperla usare proprio nel momento in cui serve. E poi ci sono le fragilità. Non mi riferisco ai fragili per definizione come i bambini e gli anziani, ma alle fragilità che accompagnano il nostro agire: a sera, dopo una giornata di lavoro non siamo forse stanchi e quindi non nel pieno delle nostre forze fisiche e delle energie intellettuali? Dopo aver bevuto un bicchiere di vino (o più) non ci sentiamo appannati? In questi frangenti non è possibile aspettarsi comportamenti del tutto razionali e lucidi.

Impostato in questa prospettiva, il tema assume portata generale.

Quando discipliniamo i comportamenti delle persone (con leggi o politiche pubbliche) dobbiamo far finta di rivolgerci ad esseri tutti e sempre perfettamente razionali, onniscienti e capaci di badare a loro stessi (ovvero: agire nel proprio interesse)? Oppure dobbiamo tenere conto, ad esempio, che ci sono persone che non sono in grado di mettere soldi da parte così da poter far fronte a spese impreviste? O giovani che si lanciano in sfide pericolose come passare dal tetto di un edificio ad un altro oppure camminare sui tetti dei vagoni ferroviari con il treno in corsa?

Sono immaginabili due diversi approcci. Credere nell’idea che le persone sono sempre in grado di tenere il comportamento più protettivo per se e per gli altri. Ovvero adottare un approccio più paternalistico nel quale si dà per scontato che la perfezione non è una caratteristica di homo sapiens. Così si può lasciare libere le persone di decidere se mettere da parte o no i soldi per la pensione, oppure si può imporre che tutti si iscrivano ad un piano previdenziale. Sulle piste da sci si può credere che tutti si comporteranno come provetti sciatori oppure si può prevedere che nel costo dello skipass sia compreso il contributo per una assicurazione così da coprire i costi degli incidenti che inevitabilmente ci saranno. Su internet si può lasciare mano libera ai ragazzini oppure si può usare la stessa tecnologia per impedire che si facciano male da soli. E così via.

Accanto alla formazione, dalla quale, sottolineo, non si può prescindere, occorre chiedersi se non sono disponibili degli strumenti (giuridici, economici, tecnologici) che proteggano comunque gli individui anche a dispetto dei loro comportamenti non consoni.

Sappiamo per certo che ci saranno persone che moriranno ancora in montagna, al mare e alla guida di un monopattino; o che saranno truffati. E sappiamo anche che qualcuno resterà vittima di un orso più o meno problematico. Quando questi episodi accadranno ci limiteremo a dire “peggio per te che non ti sei (in)formato abbastanza”? Oppure è nostro dovere provare a ridurre in tutti i modi i rischi e i danni per homo sapiens sapendo che egli, molto spesso, davvero sapiens non è?

l’Adige 3 settembre 2020

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