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	<title>facebook &#8211; Giovanni Pascuzzi </title>
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		<title>Trump, Twitter e noi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giovanni Pascuzzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 16 Jan 2021 08:03:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli su quotidiani]]></category>
		<category><![CDATA[donald trump]]></category>
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					<description><![CDATA[Twitter [pdf] e Facebook [pdf] hanno chiuso gli account di Donald Trump a seguito dell’assalto al Congresso da parte di manipoli di facinorosi. La vicenda, che ha suscitato un mare di polemiche, suggerisce alcune considerazioni. A) Internet non è solo Twitter. I social network contano miliardi di utenti in tutto il mondo. Ma Internet è [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-size: 14pt;"><img fetchpriority="high" decoding="async" class=" wp-image-3829 alignleft" src="https://www.giovannipascuzzi.eu/wp-content/uploads/Quotidiani/Adige/2021/trump/trump.jpg" alt="" width="190" height="689" srcset="https://www.giovannipascuzzi.eu/wp-content/uploads/Quotidiani/Adige/2021/trump/trump.jpg 302w, https://www.giovannipascuzzi.eu/wp-content/uploads/Quotidiani/Adige/2021/trump/trump-83x300.jpg 83w" sizes="(max-width: 190px) 100vw, 190px" /><a href="https://blog.twitter.com/en_us/topics/company/2020/suspension.html">Twitter</a> [<a href="https://www.giovannipascuzzi.eu/wp-content/uploads/Quotidiani/Adige/2021/trump/Permanent-suspension-of-@realDonaldTrump.pdf">pdf</a>] e <a href="https://about.fb.com/news/2021/01/responding-to-the-violence-in-washington-dc/">Facebook</a> [<a href="https://www.giovannipascuzzi.eu/wp-content/uploads/Quotidiani/Adige/2021/trump/Our-Response-to-the-Violence-in-Washington-About-Facebook.pdf">pdf]</a> hanno chiuso gli account di Donald Trump a seguito dell’assalto al Congresso da parte di manipoli di facinorosi. La vicenda, che ha suscitato un mare di polemiche, suggerisce alcune considerazioni.</span></p>
<p><span style="font-size: 14pt;">A) Internet non è solo Twitter. I social network contano miliardi di utenti in tutto il mondo. Ma Internet è molto molto di più dei social e certamente non si esaurisce negli stessi. Il Presidente degli Stati Uniti ha un proprio sito istituzionale. Collegandosi all’indirizzo «<a href="https://www.whitehouse.gov/">whitehouse.gov</a>» si possono leggere tutti gli atti ufficiali del Presidente, i suoi discorsi, e ogni notizia relativa alle sue attività che egli voglia diffondere. Detto sito non è mai stato chiuso. Trump, pertanto, non è stato privato della possibilità di accedere alla rete e di far conoscere le sue azioni. Sono stati chiusi degli account da lui aperti a titolo personale su piattaforme private.</span></p>
<p><span style="font-size: 14pt;">B) Il diritto (privato) dei signori della rete. Per fruire di quel particolare servizio della rete rappresentato dai social tutti noi sottoscriviamo, clickando con il mouse, dei contratti on line. Tali contratti, di diritto privato, disciplinano le regole di accesso e di utilizzo del servizio (si pensi al divieto di caricare contenuti illeciti) e le regole di tutela dei soggetti terzi (ad esempio, non si possono pubblicare le foto di altre persone senza il loro consenso). Alcune clausole sono dedicate all’allocazione dei diritti di proprietà intellettuale dei contenuti caricati (senza autorizzazione non è possibile postare film o musica protetti dal diritto d’autore) mentre altre regole chiariscono che il social network non è responsabile per nessun tipo di danno o controversia che possa derivare dall’uso del servizio. La violazione di queste clausole comporta l’irrogazione di sanzioni come la sospensione, ovvero la cancellazione dei contenuti o dell’account dell’utente. Tecnicamente si chiamano “pene private”.</span></p>
<p><span style="font-size: 14pt;">Quotidianamente vengono sospesi e/o chiusi migliaia di account di utenti che hanno violato le norme del servizio: le fattispecie più frequenti riguardano profili che diffondono notizie false (fake news) o incitano all’odio (hate speech).</span></p>
<p><span style="font-size: 14pt;">Da tempo viene stigmatizzato lo strapotere contrattuale dei “grandi player della rete”. I gestori dei social hanno, di fatto, il potere di imporre le clausole più favorevoli per loro. Noi utenti non possiamo modificarle: o le accettiamo oppure dobbiamo rinunciare a fruire del servizio.</span></p>
<p><span style="font-size: 14pt;">C) Il volto oscuro dei social. Ma il ruolo dominante dei social deriva anche da un&#8217;altra circostanza che appare chiara se solo ci si pone una semplice domanda: visto che Facebook, Twitter e simili sono gratuiti come è possibile che queste aziende abbiano ricavi da capogiro? La verità è che essi non sono affatto gratuiti. Il corrispettivo per l’uso di dette piattaforme sono i nostri dati personali: essi hanno valore economico. Facebook e gli altri social guadagnano profilando gli utenti e vendendo detti profili alle aziende interessate a mostrare pubblicità mirata. Ma c’è di più: i social possono essere usati per modificare i comportamenti. È quanto avvenuto nel famoso scandalo Cambridge Analytica: milioni di dati personali estratti da Facebook sono stati usati per interferire pesantemente nelle campagne elettorali. L’episodio appena ricordato ci fa capire che i social possono svolgere un ruolo non secondario anche nelle dinamiche della democrazia.</span></p>
<p><span style="font-size: 14pt;">Sul tema si può dire, in generale, che nessun politico oggi può fare campagna elettorale prescindendo dai social. L’obiettivo è accumulare “follower” e “like”, ovvero: catturare l’attenzione. Ma quest’ultima viene attirata soprattutto quando si assumono posizioni ciniche che favoriscono la polarizzazione: il diverbio che scade nell’insulto attira molto di più di una pacata discussione. I social finiscono così per far emergere gli aspetti peggiori delle persone che vengono alimentati attraverso incentivi sbagliati.</span></p>
<p><span style="font-size: 14pt;">D) Nuove regole per i social. Quanto detto aiuta a capire perché attraverso i social si diffondano hate speech e fake news. Di qui l’urgenza di avere nuove regole. Significativo è che tale richiesta sia giunta dallo stesso Mark Zuckerberg in un <a href="https://www.washingtonpost.com/opinions/mark-zuckerberg-the-internet-needs-new-rules-lets-start-in-these-four-areas/2019/03/29/9e6f0504-521a-11e9-a3f7-78b7525a8d5f_story.html">editoriale pubblicato il 30 marzo 2019 sul «Washington Post».</a> In quella occasione il fondatore di Facebook ha detto tre cose: gli utenti della rete non sono in grado di governarsi da soli; anche se per molto tempo lo hanno fatto in concreto, i grandi player della rete non sono in grado di dettare le regole e non è neanche giusto che lo facciano; la palla deve tornare a chi è istituzionalmente chiamato a regolare i rapporti tra le persone: gli Stati.</span></p>
<p><span style="font-size: 14pt;">I social hanno tutto l’interesse ad avere regole chiare al fine di limitare la propria responsabilità. Per l’assalto a Capitol Hill qualcuno potrebbe chiedere i danni o addirittura incriminare Zuckerberg e Twitter per averlo reso possibile o quantomeno favorito, consentendo a Trump di veicolare l’istigazione a delinquere. Molte iniziative sono state varate, anche a livello di Unione europea, per confezionare nuove regole per la rete.</span></p>
<p><span style="font-size: 14pt;">E) Comunicazione istituzionale e propaganda politica. C’è un ultimo aspetto da considerare. Donald Trump ha fatto larghissimo uso di Twitter durante la sua presidenza. Salvini, quando era Ministro dell’Interno, ha comunicato via social l’evolversi di vicende come il sequestro della nave Diciotti. Il Ministro Di Maio ho usato Facebook per annunciare il ritorno in Italia di Chico Forti. Il Presidente Conte ha spiegato in una diretta Facebook le misure anticovid appena adottate dal Consiglio dei Ministri. Perché dei politici investiti di cariche istituzionali per comunicare non usano i siti istituzionali ma piattaforme private che hanno tutti i problemi descritti? La risposta immediata è che i social permettono di raggiungere con facilità un’ampia platea di follower. Ma il tutto genera ambiguità perché non si sa se i soggetti in parola si esprimano, di volta in volta, come rappresentanti delle istituzioni o come politici interessati solo alla propria visibilità. Si può generare un corto circuito che andrebbe evitato.</span></p>
<p><span style="font-size: 14pt;">Donald Trump aveva scelto di servirsi a piene mani di servizi offerti da operatori privati ed è rimasto impigliato (come tanti altri) nelle regole dettate da detti soggetti: più che chiedersi perché gli account di Trump siano stati chiusi, forse sarebbe più interessante chiedersi perché non siano stati chiusi prima.</span></p>
<p><span style="font-size: 14pt;">Ma la sua vicenda ha il merito di aver messo sotto i riflettori due problemi arcinoti: lo strapotere dei grandi player della rete e la grammatica della comunicazione politica. Sono temi propri della cittadinanza digitale, ovvero della sfida che ci attende.</span></p>
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<p><a href="https://www.giovannipascuzzi.eu/wp-content/uploads/Quotidiani/Adige/2021/trump/Trump_Twitter_noi.pdf"><span style="font-size: 14pt;">l&#8217;Adige 16 gennaio 2021</span></a></p>
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<p><a href="https://www.giovannipascuzzi.eu/2019/11/16/visti-di-profilo-in-internet-nulla-e-gratis/"><span style="font-size: 14pt;">Visti di profilo (in Internet nulla è gratis)</span></a></p>
<p><a href="https://www.giovannipascuzzi.eu/2018/09/15/dieci-ragioni-per-cancellare-subito-i-tuoi-account-social-di-jaron-lanier/"><span style="font-size: 14pt;">Dieci ragioni per cancellare subito i tuoi account social</span></a></p>
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		<title>Visti di profilo (in Internet nulla è gratis)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giovanni Pascuzzi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 16 Nov 2019 09:56:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Articoli su quotidiani]]></category>
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					<description><![CDATA[Nella classifica Forbes dei 100 brand più ricchi al mondo, Google e Facebook appaiono rispettivamente al secondo e al quinto posto. Ma come è possibile che valgano tanto i brand di aziende che offrono servizi (motore di ricerca e social network) per usufruire dei quali non ci viene chiesto nessun pagamento? E&#8217; utile approfondire il [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img decoding="async" class=" wp-image-2434 alignleft" src="http://www.giovannipascuzzi.eu/wp-content/uploads/Quotidiani/Adige/2019/visti_di_profilo/visti_di_profilo.jpg" alt="" width="211" height="363" srcset="https://www.giovannipascuzzi.eu/wp-content/uploads/Quotidiani/Adige/2019/visti_di_profilo/visti_di_profilo.jpg 538w, https://www.giovannipascuzzi.eu/wp-content/uploads/Quotidiani/Adige/2019/visti_di_profilo/visti_di_profilo-175x300.jpg 175w" sizes="(max-width: 211px) 100vw, 211px" />Nella <a href="http://www.giovannipascuzzi.eu/wp-content/uploads/Quotidiani/Adige/2019/visti_di_profilo/La-classifica-Forbes-dei-100-marchi-di-maggior-valore-al-mondo-nel-2019.pdf">classifica Forbes</a> dei 100 brand più ricchi al mondo, Google e Facebook appaiono rispettivamente al secondo e al quinto posto. Ma come è possibile che valgano tanto i brand di aziende che offrono servizi (motore di ricerca e social network) per usufruire dei quali non ci viene chiesto nessun pagamento?</p>
<p>E&#8217; utile approfondire il discorso.</p>
<p>A) Niente è gratis. Innanzitutto conviene ricordare che noi paghiamo i servizi citati, anche se non in moneta. <a href="http://www.giovannipascuzzi.eu/wp-content/uploads/Quotidiani/Adige/2019/visti_di_profilo/regole_facebook_google.pdf">Nelle condizioni di utilizzo di Facebook</a> (sottoscritte nel momento in cui ci si iscrive al social network) si legge testualmente: “<em>Anziché pagare per l&#8217;uso di Facebook, l&#8217;utente accetta che Facebook possa mostrare inserzioni, la cui promozione avviene dietro pagamento da parte di aziende e organizzazioni. Facebook usa i dati personali dell&#8217;utente (ad es., informazioni su attività e interessi) per mostrargli le inserzioni più pertinenti</em>”. Non diverso il discorso per <a href="http://www.giovannipascuzzi.eu/wp-content/uploads/Quotidiani/Adige/2019/visti_di_profilo/regole_facebook_google.pdf">Google le cui condizioni di utilizzo recitano</a>: “<em>Utilizziamo le informazioni raccolte per creare servizi su misura per te, ad esempio offrendoti consigli, contenuti personalizzati e </em><em>risultati di ricerca personalizzati</em><em>. Potremmo mostrarti </em><em>annunci personalizzati</em><em> in base ai tuoi interessi. Ad esempio, se cerchi &#8220;mountain bike&#8221;, potresti vedere un annuncio per attrezzatura sportiva quando ti trovi su un sito che mostra annunci pubblicati da Google</em>”. Il corrispettivo per l’uso di queste piattaforme sono i nostri dati, i nostri interessi: essi hanno valore economico.</p>
<p>B) La pubblicità comportamentale. Si definisce in questo modo una pratica basata sull’attività da parte di un utente tramite la navigazione su vari siti web che permette ai pubblicitari di personalizzare il contenuto della pubblicità in base agli interessi degli utenti.</p>
<p>C) La profilazione. L’obiettivo di questi giganti della rete è farci vedere una pubblicità mirata, basata sui comportamenti che teniamo sulla rete. Per fare questo occorre “profilare” ogni singolo utente. Questo si ottiene dalla mole enorme di “tracce” che lasciamo: dispositivo usato, transazioni effettuate, “like” elargiti, navigazione da un sito all’altro, tempo di permanenza su una pagina e chi più ne ha più ne metta.</p>
<p>D) Come si crea un profilo. Ma come è possibile, mettendo insieme migliaia di elementi come quelli descritti, farsi un’idea attendibile di una persona? Gli esperti dicono che sia possibile. Ad esempio il Centro di psicometria dell’Università di Cambridge mette a disposizione online un applicativo che definisce il profilo psico-demografico di ciascuno ricavandolo dalle tracce digitali del proprio comportamento: rivela come si può essere percepiti dagli altri online e fornisce approfondimenti sulla personalità, intelligenza, leadership, soddisfazione della vita e altro ancora. Per ottenere ciò basta collegarsi al sito del Centro (<a href="https://applymagicsauce.com/demo">https://applymagicsauce.com/demo</a>), caricare i dati lasciati su Facebook e Google (entrambi i giganti consentono agli utenti di ottenere in un unico file tutti i dati che possiedono su ciascuno), e di lì a poco sul sito si può leggere il proprio profilo.</p>
<p>E) Non solo pubblicità. Ma il profilo psicologico coincide solo in parte con il profilo che consente di capire se vogliamo comprare una bicicletta o un libro. E soprattutto la profilazione può non servire solo alla pubblicità. La prova si è avuta in un caso diventato famoso. Cambridge Analytica (CA) era una società che operava nel campo della &#8220;data science&#8221;. Essa si vantava di aver ridefinito il rapporto tra i dati e le campagne elettorali: conoscendo meglio gli elettori si può avere maggiore influenza su di essi riducendo i costi. Il motto di CA era: &#8220;<em>Noi troviamo i tuoi elettori e li induciamo ad agire</em>&#8220;. CA creava (a partire da milioni di dati acquisiti prevalentemente da Facebook) dei &#8220;profili psicografici&#8221; nei quali non solo identificava quali elettori probabilmente si sarebbero mossi a vantaggio di un certo candidato, ma usava le informazioni per predire ed anche modificare il loro comportamento futuro. Dalla pubblicità alla manipolazione, quindi. CA è stata accusata di aver interferito pesantemente in alcune campagne elettorali, tra cui quella che ha portato alla elezione di Trump, che di CA era cliente.</p>
<p>F) L’attendibilità dei profili. Ma davvero si può capire da un “like” l’orientamento politico di una persona e fare in modo di farla votare per un certo candidato e non per un altro? Nel 2018 un cittadino chiese a Cambridge Analytica di conoscere i dati che aveva su di lui. Scoprì che lo avevano profilato come elettore democratico e che era più interessato al debito pubblico che al diritto di portare armi; più ai valori tradizionali che alla tutela della salute, e così via. Egli non riusciva a capacitarsi di come fosse stato possibile risalire a questi orientamenti dai suoi “like”. Soprattutto egli non si riconosceva affatto nel profilo che era stato fatto di lui. Non sapremo mai come sarebbe andata a finire perché Cambridge Analtyca ha dichiarato bancarotta.</p>
<p>G) Danno da errata profilazione. Il pericolo non è solo quello che su di noi vengano raccolti tantissimi dati sulla base di ciò che facciamo su Facebook, su Google e sulla rete in genere. Il rischio è che qualcuno, a nostra insaputa, si faccia una idea sbagliata di noi e che questo possa essere fonte di danno.</p>
<p>I) Che fare? La legge consente di sapere quali dati vengono raccolti su di noi. Ci riconosce anche il diritto di rifiutare di essere sottoposti a trattamenti totalmente automatizzati come sono, appunto, le profilazioni. Ma molto possiamo fare noi stessi. Limitando i dati che disseminiamo sulla rete (anche ricorrendo a tutele tecnologiche come la navigazione anonima). E diffidando dei servizi totalmente gratuiti, che gratuiti non sono affatto.</p>
<p><a href="http://www.giovannipascuzzi.eu/wp-content/uploads/Quotidiani/Adige/2019/visti_di_profilo/visti_di_profilo_su_internet_niente_è_gratis.pdf">l&#8217;Adige 16 novembre 2019</a></p>
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