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Saggi

Cosa intendiamo per metodo casistico

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Cosa intendiamo per «metodo casistico»?

di Giovanni Pascuzzi

Il Foro italiano, 2016, fasc. 10, parte V, colonne 334-338

Abstract

Il saggio spiega i diversi significati che può assumere l’espressione «metodo casistico». Tali parole, infatti, possono individuare tanto un approccio alla riflessione giuridica quanto alcune metodologie di insegnamento del diritto. In particolare: a) l’analisi dei casi giurisprudenziali; b) la tecnica del problem solving; c) la costruzione del caso (imparare a riconoscere, interpretare e qualificare i fatti giuridicamente rilevanti); d) casi e strategie processuali.

 

What does «case method» mean?

The essay explains the different meanings that can take the expression “case method’. These words, in fact, can identify an approach to legal reflection and, on the other hand, some teaching methods. In particular: a) the analysis of case law; b) the technique of problem solving; c) the construction of the case (learning to recognize, and qualify the relevant facts); d) processual strategies.

 

 

 

  1. Introduzione.

Spesso si ricorre all’espressione «metodo casistico» specie quando si discute dei percorsi formativi dei giuristi. A ben vedere, però, tale espressione ha una pluralità di accezioni.

Conviene chiarire meglio i possibili significati di alcune parole.

La parola «metodo» rimanda all’approccio da utilizzare nella riflessione giuridica. Ad esempio Gino Gorla[1] ha attinto proprio all’espressione «metodo casistico» per proporre un modo nuovo d’indagine giuridica anche come reazione a talune impostazioni formalistico-concettuali che attribuiscono un ruolo marginale se non inesistente alla giurisprudenza. D’altronde non bisogna dimenticare che l’intera costruzione giuridica romana e la riflessione da essa scaturita, ancora oggi parte integrante della nostra cultura, muoveva proprio dai casi[2].

Ma nell’ambito che qui si sta approfondendo la parola «metodo» diventa sinonimo di strategia di insegnamento.

A propria volta, la parola «caso» può indicare tanto una pronuncia giurisprudenziale (vale a dire una vicenda definita da una sentenza) quanto una fattispecie fantasiosa elaborata al fine di indurre gli studenti a trovare la soluzione ad un problema giuridico cercando di applicare il sapere giuridico che hanno appreso.

Insomma l’espressione «metodo casistico» può rinviare a contenuti molto differenti, in relazione al contesto culturale di riferimento ovvero alle concrete modalità di utilizzo.

Di seguito si proverà ad illustrare i diversi possibili significati di tale espressione.

 

  1. L’analisi dei casi giurisprudenziali. Molti studenti si laureano in Giurisprudenza senza aver mai letto una sentenza; oppure avendo una scarsa conoscenza della struttura delle sentenze ad esempio perché ignorano la distinzione tra ratio decidendi ed obiter dicta; o, ancora, senza saper individuare e distinguere gli argomenti che il giudice ha usato per giungere alla decisione; o, infine, senza essere in grado di reperire la giurisprudenza su un determinato argomento perché non hanno mai usato un Repertorio o compulsato una banca dati giuridica.

Questo avviene specialmente quando si modella l’insegnamento universitario secondo un’impostazione astratta e concettuale figlia delle concezioni formalistiche del diritto che tendono ad attribuire importanza al solo dato normativo ovvero a considerare la legge come l’unica fonte del diritto.

Nelle Università statunitensi l’adozione del case method, viene fatta risalire a Cristopher Columbus Langdell. In quel contesto l’approccio casistico si accompagna, di regola, al metodo socratico: il professore assegna la lettura dei casi e poi in aula chiede agli studenti di esporre le questioni evinte dalla fattispecie così da verificare se hanno compreso la regola sottesa[3].

Di regola nei corsi di laurea in Giurisprudenza italiani le sentenze vengono studiate, quando effettivamente lo sono, nei seminari di approfondimento. Ma questi ultimi, frequentati solo dalla minoranza di studenti più motivata, sono normalmente dedicati ad illustrare meglio una particolare tematica e non a far comprendere in via generale come si struttura una sentenza. In ogni caso l’interesse per lo studio della giurisprudenza è crescente come è dimostrato dalla comparsa anche in Italia dei libri di casi sulla falsariga del genere letterario dei casebook che caratterizza l’esperienza anglo-americana.

Leggere e studiare le sentenze aiuta:

– ad individuare i problemi di natura giuridica attraverso l’enucleazione dei fatti all’origine della controversia così come ricostruiti dal giudice estensore nella narrativa;

– a differenziare i problemi isolando gli elementi che distinguono gli uni dagli altri;

– a comprendere le modalità attraverso le quali i giudici hanno risolto la controversia; e quindi: a comprendere dapprima le regole che i giudici hanno ritenuto disciplinassero il caso e poi l’iter argomentativo seguito;

– a riconoscere le opzioni di politica del diritto sottese ad ogni soluzione;

– ad affinare la capacità di elaborare un pensiero autonomo attraverso la possibile critica all’intera sentenza o ad alcuni suoi passaggi;

– ad individuare le possibili traiettorie per sostenere in via autonoma e, se possibile, originale, una diversa soluzione del caso alla base della controversia;

– a far tesoro dell’approfondimento reso possibile da un impegno continuo nella lettura in vista della stesura di atti di causa perché non si può scrivere bene se non si è letto tanto in precedenza.

 

  1. I casi nell’approccio di problem solving. Quando si studiano le sentenze ci si trova di fronte a vicende già ben definite, in quanto descritte nella narrativa per quel che riguarda le circostanze fattuali, ed anche risolte dalla Corte adita dalle parti coinvolte. Si impara, così, a familiarizzare con i meccanismi del ragionamento giuridico perché, appunto, si studia il percorso seguito dal decisore. Questi tipi di casi, però, mettendo a disposizione una soluzione già confezionata (ed esemplare visto che, di regola, si sceglie di approfondire casi significativi e ben argomentati), non aiutano gli studenti a familiarizzare con le tecniche che occorre utilizzare per giungere autonomamente alla soluzione di un problema giuridico.

L’analisi dei casi può assumere anche una struttura diversa da quella propria dello studio delle sentenze. Si possono anche ideare dei casi ipotetici e chiedere agli studenti di risolverli. L’importanza di questo tipo di tecnica è testimoniato dall’esistenza di un autonomo genere letterario incentrato su casi inventati utili a fini didattici.

Jhering è stato il primo professore tedesco ad aver affiancato stabilmente le esercitazioni su casi pratici all’insegnamento tradizionale preoccupandosi di costruire anche il genere letterario che propiziasse questo tipo di sviluppo: si veda il suo Civilrechtsfälle ohne Entscheidungen, (Casi di diritto civile senza soluzioni) pubblicato nel 1847[4]. In Italia detta impostazione è stata seguita, in prima battuta, da Emanuele Gianturco che, nel 1884, pubblicò la sua Crestomazia di casi giuridici in uso accademico[5]. Nel corso dei decenni non sono mancate altre iniziative editoriali incentrate sulla formulazione di casi concreti da risolvere. Si possono ricordare, a mo’ di esempi, gli eserciziari di Trabucchi[6] e di Trimarchi[7].

Il ricorso a casi inventati come metodo di apprendimento ha varie declinazioni.

Una prima alternativa può essere quella di concepire casi non controversi che possono essere risolti semplicemente applicando, in modo quasi meccanico, le nozioni apprese nei manuali istituzionali. Si pensi ad un caso formulato questi termini: Caio ruba le fedi d’oro di Tizio e di Sempronia e le fonde; chi è il proprietario del blocchetto di oro che ne risulta? Basta far riferimento all’articolo 939 del codice civile per trovare la risposta. In tale prospettiva gli esercizi sono utili semplicemente a spiegare meglio le regole o gli istituti che si intende insegnare e, eventualmente, come strumenti per verificare l’effettivo apprendimento.

C’è un altro modo, però, per utilizzare i casi inventati. Si possono, infatti, concepire dei casi più complessi, nei quali la risposta non è affatto scontata e che consentono una personale rielaborazione della conoscenza da parte di chi risolve l’esercizio. A ben vedere l’esame di Stato per diventare avvocati intende far leva proprio sui vantaggi offerti da questo tipo di alternativa quando prescrive che le prove scritte si sostanzino nella redazione di un parere motivato, da scegliere tra due questioni in materia regolata dal codice civile e dal codice penale (art. 46 della l. 247/2012).

L’approccio di problem solving consente a chi deve risolvere il problema proposto di imparare[8]:

– ad interpretare e classificare gli elementi di fatto al fine di definire correttamente il problema giuridico;

– a ricondurre il problema a fattispecie giuridiche;

– ad approfondire la conoscenza degli istituti coinvolti nella soluzione del caso;

– ad utilizzare tale conoscenza per risolvere il caso concreto;

– ad affinare le tecniche di ricerca delle regole che disciplinano il caso concreto (legal research);

– ad affinare le tecniche di ricerca dei casi giurisprudenziali e dei contributi dottrinali che si sono occupati di casi analoghi;

– a trovare gli argomenti utili a sostenere la soluzione del caso e, quindi, a costruire un ragionamento giuridico;

– a trovare argomenti per confutare eventuali tesi contrarie;

– a cimentarsi con la redazione di un testo scritto per esporre la soluzione del caso;

– ad esporre in pubblico contraddittorio la soluzione del caso così da affinare le tecniche di comunicazione orale più efficaci.

 

  1. la costruzione del caso (imparare a riconoscere, interpretare e qualificare i fatti giuridicamente rilevanti). Come abbiamo visto, l’analisi dei casi può avere ad oggetto casi definiti e risolti (esame di pronunce giurisprudenziali) ovvero casi soltanto posti a cui occorre trovare la soluzione.

Esiste anche una terza declinazione dell’analisi dei casi che rende ancora più attivo il ruolo di chi studia ed è finalizzata a far apprendere un’altra abilità che, viceversa, è trascurata nelle due alternative viste prima: la capacità di riconoscere e costruire i casi giuridici.

Un avvocato quotidianamente ascolta storie raccontate dai clienti ed enuclea all’interno di queste gli elementi utili a configurare un problema giuridico (scartando quelli che, viceversa rilevanti non sono).

Saper individuare un caso, ovvero gli elementi che costituiscono la fattispecie concreta cui applicare le regole per essa previste così da raggiungere una soluzione, costituisce una autonoma abilità. Se la fattispecie è già definita (come avviene quando si legge una sentenza o quando si prova a dare soluzione ad un esercizio formulato dal docente) non ci si abitua ad affinare tale abilità. E, invece, si tratta di una abilità fondamentale che si innesta su un’altra abilità molto importante che è quella di saper costruire un giusto rapporto con il proprio cliente[9].

Per chiarire meglio la prospettiva che si sta illustrando, si provi ad immaginare una situazione concreta.

Da un avvocato si presenta una giovane donna impiegata in una azienda. Essa racconta di essere sempre stata apprezzata sul lavoro e di nutrire anche aspettative di progressione di carriera. Da qualche tempo ha scoperto di essere malata di AIDS, ma allo stato la circostanza non comporta nessuna conseguenza sul piano dell’efficienza lavorativa. La donna prosegue dicendo che da qualche tempo l’atmosfera sul lavoro è cambiata. Non si sente più apprezzata. Le è stato assegnato un ufficio più piccolo e le pratiche che deve affrontare sono meno impegnative che un tempo. Peraltro, a causa della crisi, si comincia a parlare di un ridimensionamento aziendale e lei sospetta che se ci saranno dei licenziamenti sarà tra i primi a divenirne destinataria.

Ciò che la donna fa è raccontare il proprio grave stato di disagio. Tocca all’avvocato provare ad individuare e definire i problemi. Ci si trova di fronte ad un’ipotesi di demansionamento? Ovvero ad un caso di mobbing? Il licenziamento giustificato dalla congiuntura economica non nasconde per caso un licenziamento discriminatorio? E così via.

Gli studenti devono imparare a riconoscere il giuridico che c’è nel mondo: cioè a trasformare le narrazioni dei clienti in fatti suscettibili di diventare problemi da sottoporre eventualmente al giudice. All’avvocato spetta anche stabilire la strategia da seguire: ad esempio se indirizzare una qualche diffida all’azienda ovvero se proporre un determinato tipo di azione e simili.

Una strategia didattica può consistere nel raccontare delle storie e fare in modo che i destinatari dell’evento formativo:

  1. a) individuino i problemi giuridici che emergono dalla storia;
  2. b) trovino le regole giuridiche che risolvono il problema;
  3. c) applichino le regole ai fatti risolvendo il problema.

Ci sono molti modi per far ascoltare/assistere a delle storie.

1) Innanzitutto si può simulare un colloquio cliente-avvocato.

2) Oppure si può far assistere gli studenti alla proiezione di uno spezzone di film (non più di 5 minuti)[10]. Al termine dovranno enucleare, meglio singolarmente e per iscritto, i problemi che dalle scene emergono e quindi risolverli alla luce del diritto italiano vigente. La vicenda della ragazza prima narrata a mo’ di esempio in realtà riprende, con qualche modifica, la trama del film Philadelphia (1993 diretto da Jonathan Demme).

3) L’alternativa è leggere o dare in lettura alcuni passaggi di scritti letterari e chiedere di enucleare i problemi giuridici che gli stessi pongono.

Attraverso l’utilizzo del cosiddetto metodo casistico in siffatta accezione si favorisce l’apprendimento delle strategie che portano ad individuare prima e a risolvere poi i problemi giuridici.

 

  1. Casi e strategie processuali. I casi possono essere utilizzati anche per insegnare come si costruisce una strategia processuale. L’avvocato penalista, ad esempio, deve valutare le ipotesi antagoniste sulla base degli elementi di prova raccolti a carico dell’imputato e di quelli a favore di cui dispone per poi adottare la linea di difesa più appropriata. Dovrà quindi scegliere se ricorrere a riti alternativi (giudizio abbreviato o patteggiamento) oppure perseguire la strada del giudizio ordinario tentando di confutare la tesi accusatoria ovvero di prospettare controipotesi.

L’avvocato risolve il problema della scelta della strategia difensiva di regola dopo aver individuato il punto nodale del processo ovvero quello da cui dipende verosimilmente l’esito della causa. I punti nodali possono essere tanti. I più comuni sono: il fatto sussiste? L’imputato lo ha commesso? Il fatto costituisce reato? Esistono cause di esclusione della punibilità? Esistono cause di improcedibilità o di estinzione del reato? Il reato può essere derubricato? Esistono circostanze attenuanti?

 

 

  1. Conclusioni. Il metodo casistico, nelle diverse accezioni che a questa espressione è possibile attribuire, aiuta a comprendere come ci si deve accostare ai casi concreti, a riconoscerli, a distinguerli, ad applicare ciò che si è appreso nelle situazioni che, in futuro, presenteranno analogie e similitudini con il caso studiato. Si tratta di una strategia centrata sul soggetto che apprende ed idonea ad accrescerne la motivazione.

 

[1] Gorla, Il contratto. Problemi fondamentali trattati con il metodo comparativo e casistico, Milano, Giuffrè, 1950.

[2] Vacca, Metodo casistico e sistema prudenziale, Padova, Cedam, 2006.

[3] In questo modo Gino Gorla (Le Scuole di diritto degli Stati Uniti d’America, in «Rivista del diritto commerciale», 1954, I, 331) sintetizzava l’efficacia dello studio dei casi giurisprudenziali:

«Lo scopo o uno degli scopi del case method è quello di dare allo studente una visione dell’interno del procedimento, pel quale il problema giuridico, posto nei fatti della lite, trova la sua soluzione, del procedimento, cioè, pel quale il diritto nasce dal fatto: ex facto oritur ius, the law emerges from the facts. L’atteggiamento dogmatico, insistono gli americani, deve cedere, nella società moderna, ad un problem solving spirit….. Un altro pregio del case method, in senso lato, vedrei nella inerente, e talvolta esplicita, esigenza di abituare lo studente ad una espressione ordinata, concisa e per punti rilevanti delle questioni che deve discutere…. Inoltre esso pone innanzi agli occhi dei giovani, in tutta la sua importanza, la funzione del potere giudiziario nella società. Un po’ di case method e dell’atmosfera che esso crea contribuirebbe anche da noi a debellare il feticcio dei codici, il concetto autoritario del potere legislativo e la convinzione dell’illimitatezza dei suoi poteri. Il case method avvezza i giovani a sentire, se non sempre a pensare, che il diritto non è lo Stato. Li abitua a discutere e a ragionare».

[4] Treggiari, 2000 Sistematica e metodo del caso come tecniche complementari d’istruzione giuridica. Maestri tedeschi ed epigoni italiani dell’Ottocento, in Cerulli Irelli e Roselli (a cura di), Per una riflessione sulla didattica del diritto (con particolare riferimento al diritto pubblico), Milano, Angeli, 2000, 118.

[5] Treggiari, Itinerari della casistica. La Crestomazia di Emanuele Gianturco fra modelli illustri e nuove istanze. Lettura di E. Gianturco, Crestomazia di casi giuridici in uso accademico (Napoli 1884), rist. anast. Bologna, Forni, 1989, pp. V-XLVII.

[6] Trabucchi, Quid iuris? Casi proposti alle lezioni di diritto civile negli anni 1942-1977, Padova, Cleup, 1977.

[7] Trimarchi, Esercizi di diritto privato. Casi pratici e soluzioni ragionate, Milano, Giuffrè, 1982.

[8] Pascuzzi, Giuristi si diventa. Come riconoscere e apprendere le abilità proprie delle professioni legali, Bologna, Il Mulino, 213, 93 ss.

[9] Scrive Hruschka, La costruzione del caso giuridico. Studi sul rapporto tra accertamento fattuale e applicazione giuridica, Bologna, Il Mulino, 2008, 15:

«Ciò che viene elaborato nella formazione della fattispecie concreta non è senz’altro già stabilito. È evidente che la determinazione del caso giuridico dipende dalla conoscenza, selezione e interpretazione dei fatti. Ma allora, in un’indagine su tali funzioni logiche si dovrebbe poter rispondere anche alla domanda relativa alla costruzione del caso giuridico. In generale, in che modo il caso viene costruito come caso giuridico? Cos’è determinante in questo processo, da quali princìpi viene guidato, e come si specifica il suo sviluppo? ………. La formulazione della domanda dirige, dunque, l’intero accertamento fattuale. Essa produce la selezione e interpretazione del materiale fattuale consultato nonché la spiegazione di ciò che ne risulta, in vista della fattispecie concreta. Il giudicante muove da una domanda fondamentale per porre, in linea con essa, le ulteriori domande relative ai fatti mediatamente rilevanti».

[10] Esempi sono riportati in Pascuzzi, Avvocati formano avvocati, Bologna, Il Mulino, 2015, 133.

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