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Articoli su quotidiani

Il ruolo dell’opposizione politica (scomoda)

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Paolo Ghezzi ha spiegato in una lettera aperta la sua scelta (incomprensibile per molti e addirittura irresponsabile per altri) di dimettersi da consigliere provinciale. In essa egli scrive: «Ho cercato di interpretare con dignità il ruolo angusto e disarmato che tocca a un consigliere d’opposizione…ma ora lascio la politica nelle istituzioni perché sento di poter essere utile fuori» (pdf). Cita le cose che è riuscito a fare ma anche i tanti “fattori avversi” che ha dovuto fronteggiare: dalla maggioranza maldisposta alla giunta inesperta e approssimativa; dalla presidenza del Consiglio provinciale inadeguata alla scarsa coesione delle minoranze.

L’episodio induce a svolgere qualche riflessione.

Conviene innanzitutto ricordare che l’esistenza di una opposizione istituzionalizzata è una delle grandi conquiste della storia della democrazia in Occidente. Probabilmente la più significativa perché canalizza il conflitto sociale e rende legittima la manifestazione del dissenso (nei paesi non democratici tutto questo è solo un sogno perché l’alternativa al pensiero dominante è la repressione).

L’opposizione svolge alcune funzioni fondamentali per il funzionamento della democrazia: a) il controllo sull’operato della maggioranza; b) il condizionamento e l’influenza sulle decisioni (si veda in argomento il libro di Serge Moscovici, «Psicologia delle minoranze attive», edito in Italia da Boringhieri); c) la critica dell’indirizzo politico di chi governa; d) la proposizione di un diverso indirizzo politico che possa ottenere in futuro la maggioranza dei consensi. Se il modello funziona al meglio, l’opposizione riesce a dare vita al cosiddetto “governo-ombra” che rende palpabile la futura squadra di governo ed organizza tutte le attività di controllo, di critica e di condizionamento a cui si è fatto riferimento.

I governi (e i pubblici poteri in genere) hanno bisogno di avere come controparti non semplici minoranze ma una forte opposizione. Possiamo dire che l’opposizione è l’ingrediente interno che garantisce il funzionamento della democrazia. Lo si vede chiaramente quando prende piede il modello “consociativo” nel quale tutti sono dalla stessa parte con ruoli indistinti e nessuno più né controlla, né propone: il destino è il declino perché si fanno strada l’inefficienza e lo spreco delle risorse, passando per la corruzione e l’incompetenza visto che l’obiettivo non è premiare chi fa meglio ma chi si adegua.

Ghezzi afferma che quello del consigliere di opposizione è un ruolo “angusto”. Ma proprio lì è il punto.

Quello di oppositore è e deve essere un ruolo scomodo.

È scomodo per gli altri perché l’oppositore dà “fastidio”, crea noie, scava nelle cose che i più vorrebbero lasciare nell’ombra, si insinua nelle contraddizioni, non è compiacente, non accetta compromessi. Così si diventa testimoni scomodi, intellettuali scomodi, giornalisti scomodi (come Ghezzi ben sa) ed anche, appunto, oppositori scomodi.

È scomodo per chi quel ruolo lo interpreta: essere scomodi è faticoso, occorre documentarsi molto di più di chi va in aula solo per votare sì (perché l’unica cosa che deve dimostrare è la fedeltà), spesso si rischia l’isolamento e l’amarezza della sconfitta condita dallo spettacolo del veder gioire chi ha imposto la propria decisione per la mera forza dei numeri e non con la ragione delle idee.

Ma tutto questo avviene e deve avvenire per una semplice ragione: l’oppositore non risponde al potente di turno (più o meno illuminato) e alla maggioranza che gli fa da contorno. L’oppositore risponde a chi lo ha eletto. Chi lo ha eletto pretende da lui che continui a controllare, che continui a proporre, che continui ad informare all’esterno di ciò che avviene all’interno dell’istituzione: senza questa preziosa attività di pungolo c’è regressione per la comunità e per gli stessi governanti che non hanno più nessun motivo per fare meglio. Perché quando il re è nudo non c’è più nessuno che almeno dica che il re è davvero nudo.

È vero, come dice Ghezzi, che la politica si fa anche fuori dalle istituzioni. Ma vale questo principio per chi si è proposto come leader addirittura di governo? Nelle istituzioni politiche non tutti sono leader e certamente un leader non si crea dalla sera alla mattina.

Le dimissioni di Ghezzi (per citare i “fattori avversi” che egli stesso ha richiamato) non renderanno la maggioranza meno maldisposta, la giunta meno inesperta, il Presidente del Consiglio meno inadeguato, l’opposizione più coesa. Producono incomprensione e disorientamento nei suoi elettori. Soprattutto fanno venir meno un puntello importante per la democrazia.

In un mondo dove tutti tendono a mettersi comodi è importante il ruolo di chi, invece, si «mette scomodo» per fare un servizio alla democrazia. Di chi non si preoccupa di non essere considerato dai potenti ma del funzionamento del sistema. E del futuro (e di Futura).

l’Adige 27 novembre 2020

 

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