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Recensioni

Sette modi di dimenticare, di Aleida Assman

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Sappiamo solo ciò che conserviamo nella memoria, spiegava Kant[i]. E, in un passaggio di Cent’anni di solitudine, Gabriel García Márquez descrive gli effetti della perdita della memoria: l’incapacità di dare un nome alla cose, di capirne la funzione, fino a perdersi nel nulla della totale insignificanza[ii].

Ma anche il dimenticare è importante. Perché è impossibile ricordare tutto (a ben vedere: dimenticare è la regola, ricordare è l’eccezione). E perché ciò che si salva dal dimenticare, dà corpo all’identità individuale e collettiva[iii].

Nel libro “Sette modi per dimenticare”, (Il Mulino, 2019) Aleida Assmann, (che insieme al marito Jan, famoso egittologo, ha vinto il premio Balzan per gli studi sulla memoria collettiva), spiega il complesso rapporto che esiste tra il ricordo e l’oblio dal punto di vista soprattutto della memoria culturale.

Se distrugge qualcosa di importante, dimenticare è una maledizione; se riduce la complessità e protegge da lati oscuri è una benedizione. Un collo di bottiglia: limita ma rende prezioso ciò che resta (p. 34-35).

Dopo aver elencato le diverse tecniche con cui la facoltà di dimenticare si traduce in atti pratici e simbolici, ovvero: cancellare, occultare, nascondere, tacere, sovrascrivere, ignorare, neutralizzare, negare e perdere, l’autrice scandaglia sette diversi modi di dimenticare:

1) Il dimenticare automatico. Dimenticare e non ricordare è la modalità fondamentale della vita umana. Ricordare è una ribellione al tempo e al corso delle cose (p. 39). E ogni nuova generazione tende ad imporre i propri ricordi, la propria agenda e i propri progetti, distaccandosi e contrapponendosi alle generazioni precedenti (p. 42). Per molti versi l’oblio è motore del progresso: in fondo in Occidente la tanto invocata innovazione comporta la dimenticanza di ciò che è vecchio e obsoleto (p. 43).

2) Il dimenticare conservativo. È il lavoro svolto da istituzioni come biblioteche e archivi, deputate alla conservazione del patrimonio. Negli archivi entrano quelle tracce del passato che non sono parte di una cultura del ricordo attivo. Il loro compito è il presupposto per ciò che in futuro si potrà ancora dire su un qualunque presente quando questo si sarà trasformato in passato. Negli archivi i materiali esistono ad uno stato di latenza: un “non più” e un “non ancora”. Chi opera in queste istituzioni è chiamato ad un ruolo importante: fissare criteri di selezione e criteri di orientamento che aiutano a distinguere ciò che è importante da ciò che non lo è (p. 58). L’era digitale ha portato ad un sovraccarico di informazioni che genera disorientamento. Si avverte ancor più il bisogno di criteri di selezione. Ma oggi questi criteri, rispetto ai dati digitali, ognuno se li dà da se (p. 59).

3) Il dimenticare selettivo. Dimenticare è salutare perché riduce l’eccesso di informazioni (l’erudizione eccessiva ha effetti negativi) ma è anche un meccanismo di selezione politico-culturale. C’è un problema di economia della memoria e dei suoi criteri di selezione: come, dove e chi governa questi passaggi? Le risposte a questo tipo di domanda sono importanti per definire il rapporto tra la memoria e l’immagine (anche collettiva) di sé; per valutare le conseguenze delle azioni sociali; per gestire la confessione pubblica di eventuali crimini commessi.

4) Il dimenticare repressivo. È una forma di oblio punitiva con cui si annienta simbolicamente un avversario caduto in disgrazia: i romani la chiamavano “damnatio memoriae”. Nel romanzo 1984 di Orwell troviamo la descrizione di quanto pervasiva possa essere questo tipo di attività. Il rogo dei libri (nel 1933) è un esempio concreto.

5) Il dimenticare difensivo. Lo pongono in essere i criminali che hanno gestito il potere in maniera dispotica e violenta una volta che il potere lo hanno perso. Si pensi ai criminali nazisti che hanno cercato di far sparire ogni traccia di sé.

6) Il dimenticare costruttivo. Dimenticare ha anche aspetti positivi. È un ingrediente della creatività. Si dimentica per poter accogliere il nuovo, e, quindi, per poter avere un rinnovamento intellettuale e/o un nuovo inizio politico. Dopo le guerre civili, dimenticare è un modo per ricostruire una nuova trama di convivenza.

7) Il dimenticare terapeutico. A volte occorre riappropriarsi di un passato anche doloroso al fine di poterlo sdrammatizzare e superare: prima di poter voltare pagina occorre leggerla (p. 98). Il ricordo e il riconoscimento dei crimini collettivi serve a porre il fondamento di un futuro comune.

Una sintesi efficace di questa bella e utile riflessione sta nella frase di Honoré de Balzac che chiude il libro: “I ricordi rendono la vita più bella, dimenticare la rende più sopportabile”.

 

 

[i] I. Kant, Antropologia dal punto di vista pragmatico, Torino, Einaudi, 2010, p. 180.

[ii] «…cominciavano a cancellarsi dalla sua memoria i ricordi dell’infanzia, poi il nome e la nozione delle cose, e infine l’identità delle persone e perfino la coscienza del proprio essere, fino a sommergersi in una specie di idiozia senza passato…Quando suo padre gli rivelò la sua preoccupazione per essersi dimenticato perfino dei fatti più impressionanti della sua infanzia, Aureliano gli spiegò il suo metodo, e José Arcadio Buendía lo mise in pratica in tutta la casa e più tardi lo impose a tutto il paese. Con uno stecco inchiostrato segnò ogni cosa col suo nome: tavolo, sedia, orologio, porta, muro, letto, casseruola. Andò in cortile e segnò gli animali e le piante: vacca, capro, porco, gallina, manioca, malanga, banano. A poco a poco, studiando le infinite possibilità del dimenticare, si accorse che poteva arrivare un giorno in cui si sarebbero individuate le cose dalle loro iscrizioni, ma non se ne sarebbe ricordata l’utilità.  Allora fu più esplicito. Il cartello che appese alla nuca della vacca era un modello esemplare del modo in cui gli abitanti di Macondo erano disposti a lottare contro la perdita della memoria. Questa è la vacca, bisogna mungerla tutte le mattine in modo che produca latte e il latte bisogna farlo bollire per aggiungerlo al caffè e fare il caffellatte. Così continuarono a vivere in una realtà sdrucciolosa, momentaneamente catturata dalle parole, ma che sarebbe fuggita senza rimedio quando avessero dimenticato i valori delle lettere scritte».

[iii] Assmann scrive: “Ciò che abbiamo dimenticato tutti e che tutti vogliamo dimenticare, costituisce il fondamento dell’identità nazionale” (p. 34).

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