Diritto all’educazione al consumo e razionalità limitata

DiGiovanni Pascuzzi

14 Novembre 2025

DIRITTO ALL’EDUCAZIONE AL CONSUMO E RAZIONALITÀ LIMITATA

Giovanni Pascuzzi

 

[pubblicato in Tradizione e innovazione nel diritto privato europeo. Liber Amicorum per Alessio Zaccaria a cura di S. Troiano, R. Omodei Salè, M. Faccioli, M. Tescaro, Wolters Kluwer – CEDAM 2025]

 

Sommario: 1. Il diritto all’educazione al consumo. – 2. Obiettivi formativi dell’educazione dei consumatori. – 3. Esempi di iniziative attivate per l’educazione al consumo. – 4. Educazione al consumo e concetti affini. – 5. Educazione al consumo dell’«homo oeconomicus»? – 6. La razionalità limitata. – 7. Razionalità limitata e giurisprudenza della Corte di Giustizia UE. – 8. Quale formazione del consumatore.

 

 

 

  1. Il diritto all’educazione al consumo

Il «diritto all’educazione al consumo» è uno dei diritti fondamentali che l’articolo 2, comma 2, del Codice del consumo (d. lgs. 06/09/2005, n. 206) riconosce in capo ai consumatori e agli utenti[i].

A livello europeo esso trova fondamento nell’articolo 169 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea che così recita «Al fine di promuovere gli interessi dei consumatori ed assicurare un livello elevato di protezione dei consumatori, l’Unione contribuisce a tutelare la salute, la sicurezza e gli interessi economici dei consumatori nonché a promuovere il loro diritto all’informazione, all’educazione e all’organizzazione per la salvaguardia dei propri interessi». In altre parole, l’Unione Europea promuove il diritto dei consumatori all’educazione per la salvaguardia dei propri interessi[ii].

Dopo aver canonizzato, all’articolo 2, il «diritto all’educazione al consumo», il Codice del consumo dedica specificamente l’articolo 4 alla «educazione del consumatore». Detta norma così recita: «1. L’educazione dei consumatori e degli utenti è orientata a favorire la consapevolezza dei loro diritti e interessi, lo sviluppo dei rapporti associativi, la partecipazione ai procedimenti amministrativi, nonché la rappresentanza negli organismi esponenziali. 2. Le attività destinate all’educazione dei consumatori, svolte da soggetti pubblici o privati, non hanno finalità promozionale, sono dirette ad esplicitare le caratteristiche di beni e servizi e a rendere chiaramente percepibili benefici e costi conseguenti alla loro scelta; prendono, inoltre, in particolare considerazione le categorie di consumatori maggiormente vulnerabili».

In dottrina si è affermato che si tratta di una norma di carattere generale, il cui contenuto vago «pone almeno quattro interrogativi, in quanto non è dato sapere in maniera immediata e inequivocabile il contenuto del diritto e il tipo di attività destinate all’educazione del consumatore; nonché i soggetti che devono provvedevi; le modalità in cui può o deve articolarsi l’attività educativa; le conseguenze e le forme di tutela per il consumatore in caso di una cattiva educazione»[iii].

  1. Obiettivi formativi dell’educazione dei consumatori

Di recente (ottobre 2023) la Commissione Europea ha pubblicato un rapporto dal titolo: «Study of consumer education initiatives in EU Member States. Final Report»[iv].

Il rapporto, dopo aver affermato che:

(i) il mercato in cui operano attualmente i consumatori è sempre più complesso;

(ii) i consumatori si trovano di fronte a innumerevoli prodotti tra cui scegliere, grandi quantità di informazioni e un mercato in evoluzione sia online che di persona;

(iii) i consumatori spesso affrontano la sfida del sovraccarico di informazioni durante l’acquisto di beni e servizi, sia online che offline;

(iv) sebbene nel complesso più istruiti rispetto al passato, oggi molti consumatori non hanno comunque una conoscenza approfondita dei propri diritti e/o hanno competenze poco sviluppate in alcuni ambiti (ad esempio, competenze digitali o alfabetizzazione finanziaria) necessari per far fronte a mercati più sofisticati e ad alta intensità di informazioni;

(v) i consumatori nell’UE richiedono una gamma più ampia di competenze e conoscenze che mai: ciò può essere facilitato attraverso una migliore istruzione dei consumatori, che può consentire ai consumatori di affrontare queste sfide;

(vi) i consumatori hanno bisogno di una gamma di conoscenze e competenze; pertanto, l’istruzione dei consumatori è uno strumento fondamentale, utilizzato per consentire agli individui di sviluppare un pensiero critico e operare efficacemente nell’economia di mercato;

ricostruisce l’evoluzione della nozione educazione del consumatore[v] (pag. 15):

«L’educazione del consumatore è stata definita in molti modi. Più comunemente, è definita come misure che mirano a fornire ai consumatori la conoscenza, le competenze e la comprensione di cui hanno bisogno per partecipare efficacemente all’economia di mercato. Più specificamente, mira a garantire che i consumatori siano in grado di assumere decisioni informate e ben ponderate riguardanti beni e servizi, tenendo conto dei valori e degli obiettivi sociali proteggendoli da pratiche commerciali sleali, truffe e attività fraudolente. L’idea di educazione del consumatore si è evoluta. Nel corso degli anni ‘60 l’attenzione si spostò dalla gestione della casa all’esercizio dei diritti dei consumatori così da evitare di cadere vittime di pratiche commerciali fraudolente o sleali. Al giorno d’oggi, l’educazione del consumatore incorpora la consapevolezza degli impatti sociali e ambientali delle scelte del consumatore e, a livello di base, si sforza di aiutare i consumatori a comprendere i meccanismi di mercato consentendo loro di essere più sicuri nelle loro interazioni con il mercato».

Il rapporto della Commissione conclude sul punto (p. 15-16) affermando che l’educazione del consumatore ricomprende una ampia gamma di argomenti così sintetizzabili:

– In primo luogo, l’educazione al consumo fornisce ai consumatori le conoscenze e le competenze necessarie per valutare i propri bisogni personali e per prendere decisioni basate sul valore riguardo ai propri bisogni e desideri. Questo comporta il saper valutare le implicazioni degli acquisti e il saper soppesare i benefici e i costi delle scelte. L’educazione dei consumatori in questo contesto può ruotare attorno ad argomenti come le finanze personali[vi], l’alimentazione sana[vii] o la potenziale influenza della pubblicità.

– L’educazione dei consumatori fornisce inoltre ai consumatori le informazioni di cui hanno bisogno per comprendere i propri diritti. Per partecipare efficacemente al mercato, i consumatori devono essere consapevoli dei propri diritti e responsabilità in relazione ai prodotti e ai servizi che acquistano. Questo include la conoscenza dei diritti e delle responsabilità quando si effettuano transazioni online. Esempi di educazione del consumatore in questo contesto includono la conoscenza della legislazione pertinente, la consapevolezza di come accedere ai meccanismi di risoluzione delle controversie e informazioni relative alle agenzie di tutela dei consumatori[viii].

– Infine, l’educazione dei consumatori mira ad aiutare i consumatori a comprendere l’impatto che le loro scelte possono avere sulla società in generale. L’educazione dei consumatori può incoraggiarli a tenere conto delle considerazioni generali, sociali e ambientali nelle scelte di consumo e nei modelli comportamentali, consentendo ai consumatori di comprendere meglio l’impatto che possono avere sull’economia locale e globale.

3. Esempi di iniziative attivate per l’educazione al consumo

Di seguito, alcuni esempi di iniziative attivate, nei diversi paesi, per conseguire l’obiettivo di educare i consumatori al consumo.

(i) Per quel che riguarda l’Italia, «Saper(e)Consumare» è un progetto, rivolto al corpo docente delle scuole secondarie di I e II grado, promosso e finanziato dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy, in collaborazione con il Ministero dell’Istruzione e del Merito, per educare e sensibilizzare giovani e adulti al consumo sostenibile e responsabile, in un contesto di rapida trasformazione tecnologica[ix]. Il percorso di info-formazione offre supporto ai docenti su quattro temi di attualità, per promuovere nuove competenze tra gli studenti, nell’ambito dell’insegnamento dell’educazione civica o nelle ore curricolari, con risorse e contenuti per orientarsi in autonomia, webinar per confrontarsi con esperte ed esperti, kit didattici per lavorare in classe. «Saper(e)Consumare» promuove anche contest per le scuole secondarie di tutta Italia per stimolare progetti di educazione a un consumo digitale sostenibile e responsabile[x].

(ii) L’UE ha varato «Consumer Classroom» una community per insegnanti che riunisce una vasta biblioteca di risorse di educazione al consumo di tutta l’UE, con strumenti interattivi e di collaborazione per aiutare a preparare e condividere le lezioni con studenti e altri insegnanti[xi]. Il sito web mira a promuovere l’educazione dei consumatori e, in particolare, a promuoverne l’insegnamento nelle scuole secondarie in Europa. Si tratta di un sito web multilingue, paneuropeo, finanziato dalla Direzione Generale per la Salute dei consumatori della Commissione europea.

(iii) In Polonia, l’Ufficio per la concorrenza e la tutela dei consumatori (UOKiK) ha realizzato «ABC del piccolo consumatore[xii]». Il progetto educativo è rivolto ai bambini in età prescolare e agli insegnanti, genitori ed educatori della scuola dell’infanzia. L’obiettivo principale del progetto è rendere i bambini consapevoli di essere consumatori e familiarizzarli con i concetti di consumo di base. Ulteriori obiettivi sono: sviluppare le competenze di base del consumo nei bambini e introdurre argomenti relativi al consumo nella fase dell’istruzione prescolare. Questo apprendimento deve avvenire attraverso il gioco e stimolando l’immaginazione dei bambini.

  1. Educazione al consumo e concetti affini

Il rapporto della Commissione Europea dal titolo: «Study of consumer education initiatives in EU Member States. Final Report» dianzi citato (pp. 16-17) invita anche a non confondere l’educazione del consumatore con concetti affini ma diversi.

  1. Informazione del consumatore. L’educazione e l’informazione dei consumatori vengono spesso discusse contemporaneamente, ma concettualmente non coincidono affatto[xiii]. Avere accesso a informazioni precise e affidabili è fondamentale per consentire ai consumatori di prendere decisioni informate. Ma per sfruttare al massimo le informazioni messe a loro disposizione, i consumatori hanno bisogno delle competenze e delle conoscenze necessarie per interpretarle, ed è qui che entra in gioco l’educazione al consumo. Fornendo agli individui gli strumenti per comprendere le informazioni sul consumo e trarne vantaggio, l’educazione dei consumatori in definitiva consente loro per prendere decisioni ben informate.
  2. La consulenza al consumatore. La locuzione comprende le iniziative che forniscono ai consumatori consigli al momento dell’acquisto di un particolare prodotto o servizio. I consigli possono essere pre-acquisto, consentendo loro di essere più informati prima di prendere una decisione di acquisto, oppure possono essere post-acquisto, nel qual caso le informazioni possono riguardare problemi che sorgono dopo che il consumatore ha acquistato il prodotto. La consulenza ai consumatori può essere differenziata dall’educazione dei consumatori in quanto supporta i consumatori in situazioni specifiche riguardanti l’acquisto di un prodotto o di un servizio, mentre l’educazione dei consumatori consente ai consumatori di operare sul mercato dotati delle competenze adeguate a prendere decisioni ben informate.

III. La consapevolezza del consumatore[xiv]. Può essere descritta come uno dei risultati dell’educazione al consumo. Se adeguatamente implementata, l’educazione del consumatore può essere uno strumento importante per contribuire ad aumentare la consapevolezza dei consumatori riguardo agli argomenti sopra descritti. Ad esempio, l’educazione dei consumatori può aumentare la consapevolezza dell’importanza e dei benefici della sostenibilità, sia per gli individui che per la società. Tuttavia, l’educazione del consumatore è un concetto più ampio: non mira solo ad aumentare la consapevolezza del consumatore, ma consente anche ai consumatori di applicare questa conoscenza e aiutarli a diventare acquirenti esperti e esigenti.

  1. Educazione al consumo dell’«homo oeconomicus»?

Alla luce delle considerazioni sin qui svolte si può affermare che buona parte degli obiettivi formativi delle iniziative di educazione al consumo si sostanziano nel far apprendere agli individui/consumatori a riconoscere e a salvaguardare i propri interessi ovvero ad individuare i propri bisogni così da prendere decisioni razionali[xv].

Infatti, in sintesi:

(i) secondo l’articolo 169 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea il diritto all’educazione del consumatore mira a salvaguardare gli interessi dello stesso;

(ii) secondo l’articolo 4 del codice del consumo l’educazione dei consumatori e degli utenti è orientata a favorire la consapevolezza dei loro diritti e interessi;

(iii) secondo l’orientamento prevalente (enunciato nel rapporto dal titolo: «Study of consumer education initiatives in EU Member States. Final Report» sopra richiamato) l’educazione al consumo fornisce ai consumatori le conoscenze e le competenze necessarie per valutare i propri bisogni personali e per prendere decisioni basate sul valore riguardo ai propri bisogni e desideri.

A ben vedere, quindi, l’educazione al consumo diventa sinonimo di educazione alla razionalità delle scelte economiche.

L’essere razionale è il paradigma cardine della teoria economica tradizionale.

Nella Enciclopedia Treccani alla voce «Razionalità» (redatta da Leonardo Boncinelli) si legge: «La razionalità diviene il principio cardine della teoria economica tradizionale nella definizione che ne ha dato l’economista inglese L. Robbins: “L’economia è la scienza che studia la condotta umana nel momento in cui, data una graduatoria di obiettivi, si devono operare scelte su mezzi scarsi applicabili ad usi alternativi”. In questa definizione emergono gli elementi costitutivi della razionalità nella teoria economica. In primo luogo, gli operatori economici sono motivati da fini personali: in particolare sono in grado di valutare tutti i possibili esiti e di ordinarli secondo le proprie preferenze. In secondo luogo, ciascun agente dispone di risorse (materiali, di tempo, di capacità e altre ancora); le dotazioni di queste risorse possono variare da individuo a individuo, ma sono per tutti date in quantità limitata. Infine, tali risorse possono essere impiegate per diversi usi, e il decisore economico sceglie l’esatto utilizzo delle proprie allo scopo di raggiungere in massimo grado gli obiettivi prefissati. La limitazione delle risorse determina l’esistenza di costi opportunità, ovvero la necessità di ridurre la quantità di risorse destinate ad altri impieghi al fine di poter incrementare quella destinata a un certo uso. Formalmente, il problema della scelta razionale prende la forma di massimizzazione dell’utilità soggetta a vincoli che dipendono dalle risorse a disposizione».

Nella teoria economica classica la razionalità è la razionalità propria del cosiddetto “homo oeconomicus” ovvero dell’individuo che persegue come obiettivo la massimizzazione del suo proprio benessere (definita dalla funzione matematica di utilità), ovvero persegue i propri interessi (di cui è pienamente consapevole e in grado di porli in una precisa classifica di preferenze) sopportando i costi minori.

  1. La razionalità limitata

Le teorie della scelta razionale partono dal presupposto che i processi decisionali siano consequenziali e basati sulle preferenze. Consequenziali nel senso che l’azione dipende dalle aspettative sui futuri effetti di un’azione (le alternative, cioè, sono interpretate sulla base delle conseguenze attese). Basati sulle preferenze nel senso che le conseguenze sono valutate sulla base delle preferenze individuali (il decisore confronta le diverse alternative valutando la congruenza fra le conseguenze attese e le proprie preferenze). È razionale una procedura che persegue una logica della conseguenza, che pone, cioè, una scelta in relazione alla risposta a quattro questioni fondamentali: a) il problema delle alternative: quali azioni sono possibili? b) il problema delle aspettative: quali conseguenze future possono derivare da ciascuna alternativa? Quanto è probabile ciascuna conseguenza nel caso in cui venga selezionata una determinata alternativa? c) il problema delle preferenze: che valore hanno per il decisore le conseguenze di ogni alternativa? d) il problema della regola decisionale: come si compie una scelta fra diverse alternative tenuto conto del valore delle conseguenze che ciascuna produce[xvi]?

Questo quadro generale costituisce la base per la normale spiegazione del comportamento. È uno schema razionalistico.

Gli studi sui processi decisionali reali suggeriscono che le persone affrontano i problemi e decidono in modo differente: non tutte le alternative sono note; non tutte le conseguenze vengono prese in considerazione; non tutte le preferenze vengono evocate contemporaneamente. L’idea di scelta razionale è entrata in crisi ed è stata elaborata la nozione di «razionalità limitata». Le persone, anche quando cercano di essere razionali, sono vincolate da capacità cognitive limitate e informazioni incomplete. In particolare esistono: a) vincoli di attenzione (ci sono troppe informazioni mentre tempo e capacità di attenzione sono limitati); b) vincoli di memoria (la capacità di immagazzinare informazioni è limitata, conoscenze acquisite in passato non vengono recuperate in modo affidabile al momento opportuno); c) vincoli di comprensione (si ha difficoltà a organizzare, riassumere e usare informazioni; si traggono inferenze arbitrarie dalle informazioni possedute di cui a volte non si riesce a comprendere l’importanza); d) vincoli di comunicazione (è difficile comunicare tra culture, generazioni o gruppi professionali, perché si usano griglie interpretative diverse per semplificare il mondo).

Le scelte, pertanto, possono risultare non razionali malgrado le migliori intenzioni.

Dobbiamo ad Herbert Simon le prime formulazioni del concetto di razionalità limitata[xvii]. Il contesto di scelta è spesso caratterizzato da complessità ed i problemi sono mal strutturati per cui l’agente finisce per seguire procedure semplificate di decisione (euristiche).

Allo studio delle decisioni in condizioni di incertezza si sono dedicati gli psicologi Daniel Kahneman e Amos Tversky (vincitori del premio Nobel per l’economia nel 2002).

Gli esseri umani, secondo la loro prospettiva, posseggono due sistemi mentali: il Sistema 1 che opera in fretta e automaticamente, con poco o nessuno sforzo e nessun senso di controllo volontario; e il Sistema 2 che indirizza l’attenzione verso le attività mentali impegnative che richiedono focalizzazione, come i calcoli complessi. Le operazioni del Sistema 2 sono molto spesso associate all’esperienza soggettiva dell’azione, della scelta e della concentrazione[xviii].

In un famoso articolo apparso nel 1974, Kahneman e Tversky, volendo capire in che modo le persone stimino il valore di una quantità incerta o la probabilità che si verifichi un evento, dimostrarono come ci si affidi a un numero limitato di principi euristici che riducono il compito complesso di valutare le probabilità e predire valori a un’operazione di giudizio più semplice[xix].

Secondo Kahneman e Tversky le euristiche sono assai utili, ma a volte conducono a errori gravi e sistematici.

Per molto tempo le considerazioni sulla razionalità limitata sono state patrimonio pressoché esclusivo delle riflessioni dottrinali. Ma adesso l’ordinamento giuridico italiano ha dimostrato di essere perfettamente consapevole dell’esistenza di problemi innescati dalla razionalità limitata.

Nella Direttiva del presidente del Consiglio dei ministri 16 febbraio 2018, recante «Approvazione della Guida all’analisi e alla verifica dell’impatto della regolamentazione, in attuazione del decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 15 settembre 2017, n. 169» si legge testualmente (punto 5.3, Scheda 1):

«Già da diversi anni gli studi di psicologia cognitiva hanno messo in evidenza i forti limiti delle ipotesi di razionalità su cui poggiano i modelli economici tradizionali. Anche grazie ai passi avanti fatti e alle evidenze messe a disposizione dalle scienze cognitive, è possibile affermare che esistono due diversi sistemi cognitivi che governano i comportamenti umani: quello deliberativo, che è più razionale e analitico, ma anche più lento; e quello intuitivo, più veloce, spesso irrazionale e basato su scelte istintive. I due sistemi non solo convivono, ma interagiscono nel corso della definizione di scelte che, sulla base delle convinzioni prevalenti, dovrebbero rispondere solo a motivazioni razionali. Succede, quindi, che in decisioni di consumo e investimento, e specialmente in quelle molto rilevanti, gli individui siano influenzati in modo dirimente da fattori anche non razionali, comportandosi in modo a volte incoerente rispetto a quanto previsto dalle tradizionali ipotesi di massimizzazione dell’utilità e del profitto. Le persone ricorrono frequentemente a regole euristiche che consentono di semplificare i processi decisionali e di effettuare le proprie scelte non solo risparmiando tempo, ma anche riducendo le informazioni necessarie. Ciò, tuttavia, può determinare errori cognitivi e scelte che, in ultima analisi, riducono il benessere.

Alcuni tra i principali e più noti fenomeni analizzati dagli studi sinora richiamati sono i seguenti:

– Le decisioni dipendono in modo spesso determinante dall’esperienza passata, dai suggerimenti di amici e parenti, nonché da notizie particolarmente impressionanti, anche se non statisticamente significative. Ciò comporta, tra l’altro, il rischio che le persone siano eccessivamente fiduciose rispetto a fenomeni che ritengono di conoscere bene perché più “familiari”, anche se in realtà le informazioni che detengono al riguardo sono parziali.

– Collegato al fenomeno precedente, vi è quello per cui le informazioni semplici e ricorrenti hanno generalmente un peso maggiore nelle scelte individuali rispetto a informazioni più complesse (anche se più corrette) da ottenere o da elaborare.

– Uno dei più potenti pregiudizi cognitivi (o bias) è quello dell’ancoraggio, secondo cui le valutazioni degli individui sono fortemente condizionate da eventuali informazioni o valori di partenza che vengono loro suggeriti o sono comunque disponibili. Non sapendo che valori attribuire a un determinato fenomeno (ad esempio, la probabilità che si verifichi un certo evento), le persone si ancorano a eventuali punti di partenza e da lì procedono secondo processi di aggiustamento graduale ma nella maggior parte dei casi insufficiente.

– Gli individui sono generalmente molto avversi alle perdite e valutano le proprie scelte sulla base di un orizzonte temporale spesso ridotto (c.d. loss aversion). Le informazioni non sono, quindi, sempre elaborate secondo le leggi della probabilità, ma dando un peso maggiore al rischio di “perdere qualcosa” che già si possiede piuttosto che guadagnare qualcosa che ancora non si possiede.

– Una conseguenza dell’avversione alle perdite è la frequente predilezione per lo status quo: gli individui tendono a preferire la situazione attuale rispetto a futuri cambiamenti, specie se temono di poter incorrere in possibili perdite.

– Numerosi esperimenti hanno dimostrato che le scelte degli individui possono essere significativamente influenzate dal modo in cui un determinato problema viene loro esposto o dal modo in cui sono loro presentate una serie di alternative (c.d. framing effect).

– Gli individui tendono a sottovalutare le conseguenze negative di azioni che producono un effetto positivo nell’immediato (c.d. present bias).

– Nel raccogliere e selezionare informazioni, l’individuo tende a prediligere quella che conferma le proprie ipotesi di partenza, piuttosto che quella che possa minarle (c.d. bias della conferma)».

  1. Razionalità limitata e giurisprudenza della Corte di Giustizia UE

In una sentenza recente, la Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha esplicitamente riconosciuto che il consumatore, almeno in alcune situazioni, agisce secondo i meccanismi della razionalità limitata. In particolare, nella sentenza 14 novembre 2024 (nella causa C-646/22) la Quinta Sezione della Corte di giustizia dell’Unione Europea ha statuito il seguente principio[xx]: la nozione di «consumatore medio», (ai sensi della direttiva 2005/29/CE relativa alle pratiche commerciali sleali delle imprese nei confronti dei consumatori) deve essere definita «con riferimento a un consumatore normalmente informato nonché ragionevolmente attento ed avveduto. Una siffatta definizione non esclude tuttavia che la capacità decisionale di un individuo possa essere falsata da limitazioni, quali distorsioni cognitive».

  1. Quale formazione del consumatore

L’idea che l’uomo sia un essere perfettamente razionale non ha effettivo riscontro nella realtà.

Le caratteristiche della nostra mente conducono a commettere errori.

Ad esempio si può sbagliare a incorniciare i problemi ovvero a individuarne le cause. Paul Brest e Linda Hamilton Krieger spiegano che i più comuni errori che si compiono in sede di inquadramento dei problemi possono essere divisi in tre grandi gruppi[xxi]:

(I) definire il problema in funzione di un’unica potenziale soluzione già immaginata considerata come preferibile. Accade spesso che il desiderio di raggiungere un certo stato di cose non ci faccia comprendere quale sia il reale problema che dà origine alla situazione attuale fonte di insoddisfazione;

(II) credere che un sintomo importante del problema sia invece il problema stesso. La premessa fondamentale per risolvere i problemi è individuare esattamente tutte le cause che lo generano;

(III) definire un problema multifattoriale in termini monofattoriali. Questo avviene anche perché siamo portati a inquadrare i problemi in maniera automatica, ad esempio perché ci appaiono simili a problemi già affrontati quando invece esistono altri elementi nuovi o diversi che li compongono.

Ad alimentare gli errori concorre anche il cosiddetto effetto di focalizzazione che conduce le persone a ritenersi soddisfatte di una ricerca delle alternative possibili anche quando questa ricerca è incompleta e viene tralasciata la ricerca di informazioni su azioni alternative. Essa è determinata da un restringimento della visione su poche opzioni all’interno dell’insieme delle alternative[xxii].

Due studiosi della Cornell University hanno descritto la cosiddetta «illusione della conoscenza» (ovvero «l’effetto Dunning-Kugrer» che prende il nome da detti professori). Essi hanno dimostrato sperimentalmente che chi è scarso in prove linguistiche, logiche o di altro tipo tende a sovrastimare le proprie capacità, mentre questo non capita ai migliori. Le conoscenze richieste per fare bene una cosa sono le stesse necessarie per rendersi conto di non saperla fare[xxiii].

In un libro del 2018 Paolo Legrenzi e Carlo Umiltà hanno elencato le principali trappole che l’inconscio cognitivo prepara alla coscienza (che tenta, a volte inutilmente, di difendersi)[xxiv]. Esse sono:

a) La trappola delle descrizioni unilaterali e della focalizzazione. Siamo inconsciamente influenzati dai diversi modi di descrivere le stesse cose (le persone si sentono rassicurate se gli si dice, in caso di intervento chirurgico, “il 90% sopravvive” e non “il 10% muore”, anche se il contenuto informativo non cambia).

b) La trappola della paura degli eventi e i pericoli oggettivi. Le paure sono alimentate dalla frequenza con cui i media parlano di certi problemi. Ma non è detto che un pericolo percepito sia oggettivamente tale sulla base della frequenza concreta con la quale si materializza nella realtà.

c) La trappola del pensiero locale. Abbiamo difficoltà a tracciare un quadro generale complessivo. Questo ci impedisce di giudicare e decidere meglio.

d) La trappola delle emozioni. Le emozioni (rimpianti, invidia, gelosie, etc.) sono molto importanti. Ma se la coscienza non le tiene sotto controllo e ci conducono a decisioni non ottimali.

e) La trappola del presente e dei tempi brevi. Ci siamo evoluti per orizzonti temporali brevi e ripetitivi (i modi di vita dei cacciatori-coltivatori). Siamo portati ad ignorare l’importanza degli investimenti (specie su se stessi, come nel caso dell’accesso all’istruzione superiore).

f) La trappola del sapere. Siamo portati a credere che sappiamo tutto quello che è necessario sapere e che il futuro replicherà il passato. Non è così. Questo ci porta ad un rischio subdolo: non differenziare.

g) La trappola della coscienza. La coscienza è nata perché è diventato necessario coordinare i prodotti dell’inconscio cognitivo. Ma la coscienza ha portato con sé la “maledizione della conoscenza del nostro destino”. Siamo probabilmente l’unico essere vivente ad avere consapevolezza della morte.

Occorre, ancora, considerare un altro fenomeno che sembra caratterizzare sempre più questi tempi ovvero la tendenza a considerare vero ciò che si pensa, vale a dire le proprie convinzioni (e i propri pregiudizi) senza preoccuparsi più di tanto di trovare elementi che diano fondamento a ciò che si dice.

Durante il lockdown un famoso cantante disse: «Io conosco un sacco di gente e nessuno è finito in terapia intensiva: per cui dov’era tutta questa gravità della pandemia?». E si trattava anche lì di un modo di ragionare diffuso: siccome tra i miei amici nessuno si è ammalato in modo grave vuol dire che la pandemia non esiste (un po’ come Don Ferrante, nei Promessi Sposi, per il quale il contagio da peste non esisteva perché non apparteneva a nessuno dei generi di cose che egli conosceva). In sintesi: diventa vero ciò che emerge dalla propria esperienza diretta e ciò che deriva dalle proprie convinzioni e dai propri stereotipi[xxv].

Assistiamo ad un paradosso. Per un verso viviamo in un mondo sempre più complesso con problemi sempre più difficili da risolvere. Per altro verso pensiamo che ciò che crediamo di sapere sia la verità e che sia sufficiente ad affrontare i problemi e a decidere in maniera corretta e razionale.

Si dice che viviamo in una società sempre più egoistica in cui ognuno bada solo al proprio interesse. Ma se le persone non si preoccupano di dare fondamento alle proprie convinzioni siamo sicuri che siano davvero in grado di capire quale sia il proprio interesse?

L’educazione al consumo deve necessariamente ricomprendere l’educazione a riconoscere davvero i propri interessi e a scongiurare il rischio di porre in essere scelte palesemente pregiudizievoli perché propiziate dai tanti bias cognitivi prodotti dalla razionalità limitata.

 

[i] Sul Codice del consumo v. G. De Cristofaro, A. Zaccaria, Commentario breve al diritto dei consumatori. Codice del consumo e legislazione complementare, Padova 2013.

[ii] L’articolo 169 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea è l’approdo attuale di una serie di atti normativi che nel tempo hanno fondato il riconoscimento del diritto alla educazione dei consumatori. Tra i più risalenti si possono ricordare:

(I) la risoluzione n. 573/1973 del Consiglio d’Europa («on a Consumer Protection Charter») che contemplava il «Diritto all’educazione del consumatore». Il punto D della risoluzione recitava: «(i) Ai bambini in età scolare deve essere impartita una formazione tale da consentire loro di agire come consumatori informati per tutta la vita. (ii) Le strutture educative nel campo dei problemi dei consumatori devono essere messe a disposizione anche degli adulti»;

(II) la risoluzione del Consiglio delle Comunità europee, del 14 aprile 1975, riguardante un programma preliminare della Comunità economica europea per una politica di protezione e di informazione del consumatore. Nell’allegato alla risoluzione si leggeva: (punto 3) «Gli interessi del consumatore possono essere raggruppati in cinque categorie di diritti fondamentali: (omissis) d) diritto all’informazione e all’educazione (omissis)». I punti 42 e seguenti (dedicati all’educazione del consumatore) recitavano: «PRINCIPI. Gli opportuni mezzi educativi devono essere posti a disposizione dei bambini, dei giovani e degli adulti, in modo da permettere loro di comportarsi come consumatori informati, in grado di effettuare una scelta oculata fra i beni e i servizi e consapevoli dei loro diritti e delle loro responsabilità. Per conseguire tale obiettivo, il consumatore dovrebbe in particolare disporre delle conoscenze basilari dei principi dell’economia contemporanea. AZIONI. (i) Promuovere l’educazione del consumatore. Per completare i progressi dell’educazione del consumatore con consigli e pareri a livello comunitario, la Commissione dovrà effettuare ulteriori studi in collaborazione con gli Stati membri e con le organizzazioni dei consumatori. Tali studi, effettuati in collaborazione con gli esperti degli Stati membri, dovrebbero avere lo scopo di elaborare i metodi e di fornire materiale adatto per incoraggiare, attraverso i programmi d’insegnamento, una maggiore educazione del consumatore nelle scuole, nelle università e in altri istituti scolastici. (ii) Formare gli insegnanti. La formazione di coloro che sono incaricati di educare gli altri è un compito necessario in merito al quale sono state avanzate numerose idee. Negli Stati membri si potrebbero quindi istituire centri che potranno fornire tale tipo di formazione, basata sui risultati di ricerche economiche e sociologiche. Sono stati altresì previsti scambi di idee, di personale e di studenti fra tali centri. La Commissione incoraggerà i lavori in questo settore. (iii) Divulgare ampiamente le informazioni. Nell’ambito della propria politica generale di informazione, la Commissione incoraggerà gli scambi e la divulgazione di informazioni su argomenti riguardanti i consumatori, in collaborazione con le amministrazioni nazionali e le organizzazioni interessate ai problemi dei consumatori».

[iii] Così C. Dalia, Il diritto del consumatore all’educazione e la sua concreta attuazione tra utopia e realtà, in Iura and Legal Systems, 2021, IV, p. 9.

[iv] Https://commission.europa.eu/strategy-and-policy/policies/consumers/consumer-protection-policy/consumer-education-and-local-advice-initiatives_en.

[v] In argomento v. anche: Y. Ueno, M. Olczak, Y. Takahashi, Organisation For Economic Co-Operation And Development. Committee On Consumer Policy, Promoting Consumer Education: Trends, Policies, and Good Practices, Parigi 2009. In tale pubblicazione (p. 10) si legge: «La portata dell’educazione al consumo differisce significativamente da un paese all’altro e generalmente copre una o più delle seguenti aree: protezione del consumatore, competenze dei consumatori e tutela dell’interesse pubblico. Gli obiettivi in queste aree tendono ad essere ampi e, in una certa misura, riflettono le specificità e le scelte politiche delle singole giurisdizioni. Le differenze sono strettamente legate agli strumenti e ai meccanismi utilizzati per implementare l’educazione al consumo. A volte gli obiettivi sono descritti con riferimento al ruolo degli organi amministrativi responsabili dell’educazione dei consumatori».

[vi] L’educazione finanziaria fa parte dell’insegnamento dell’educazione civica introdotto con la legge 20 agosto 2019 n. 92 (v. artt. 1 e 3). In argomento si vedano: A. Di Donato, A. Fenoglio, La Legge Capitali e la riforma dei mercati (II parte) – Le misure in materia di educazione finanziaria della Legge Capitali (art. 25), in G. it., 2024, p. 2770; F. Trapani, La nuova direttiva 2023/2225/UE sul credito al consumo. Note in tema di educazione finanziaria, merito di credito e servizi di consulenza sul debito, in Nuove l. civ. comm., 2024, p. 754 ss. Si veda anche la brochure curata dalla Banca d’Italia dal titolo «Le iniziative di educazione finanziaria. Giovani, adulti, per tutti» consultabile sul portale dedicato al tema: http://www.quellocheconta.gov.it.

[vii] E. Sirsi, Il diritto all’educazione del consumatore di alimenti, in R. d. agr., 2011, p. 520 ss.

[viii] Con riferimento alla tutela del consumatore per le transazioni effettuate sulla rete si rinvia a G. Pascuzzi, Il diritto dell’era digitale, 6 ed., Bologna 2025, p. 177 ss.

[ix] https://www.sapereconsumare.it/.

[x] «Saper(e)Consumare» nasce nel quadro di un protocollo d’intesa, siglato nel 2020 dai due Ministeri citati nel testo. In tale protocollo si legge:

«L’educazione al consumo “consapevole” è oggi declinabile sotto vari profili di attenzione, tra i quali:

  • sicurezza dei prodotti
  • impatto ambientale
  • sostenibilità
  • educazione finanziaria, previdenziale, assicurativa
  • conoscenza dei propri diritti al momento di conclusione di un acquisto (e dopo l’acquisto) come informativa pre-contrattuale
  • adeguata informazione e ad una corretta pubblicità
  • esercizio delle pratiche commerciali secondo principi di buona fede, correttezza e lealtà
  • correttezza, alla trasparenza ed all’equità nei rapporti contrattuali
  • conoscenza dei canali attraverso i quali si compiono gli acquisiti (on-line vs off-line)
  • tutela dei propri dati».

[xi] Http://www.consumerclassroom.eu.

[xii] Https://malykonsument.uokik.gov.pl/#home.

[xiii] L’articolo 2 del codice del consumo canonizza come autonomo il diritto «ad una adeguata informazione».

[xiv] In argomento v. M. Barela, La consapevolezza del consumatore nella costruzione giuridica del mercato (rileggendo la pagina di Tullio Ascarelli), in D. ind., 2019, p. 171 ss.

[xv] Sulla nozione di «obiettivi formativi» v. G. Pascuzzi, Avvocati formano avvocati. Guida all’insegnamento dei saperi forensi, Bologna 2015.

[xvi] J.G. March, Prendere decisioni, Bologna 1998, p. 12.

[xvii] H.A. Simon, Model of bounded rationality, Cambridge (Massachusetts) 1982.

[xviii] D. Kahneman, Pensieri lenti e veloci, Milano 2013, p. 25.

[xix] A. Tversky, D. Kahneman, Judgment under Uncertainty. Heuristics and Biases, in Science, New Series, 1974, vol. 185, n. 4157, pp. 1124-1131.

Nel saggio vennero individuate tre euristiche principali:

A) Euristica della disponibilità. Consiste nel giudicare la frequenza di una classe o la probabilità di un evento in base alla facilità con la quale esemplari o casi possono venire in mente. Il termine disponibilità si utilizza in riferimento a due diversi processi: a) la facilità nel recupero di casi dalla memoria, b) la facilità nella costruzione/immaginazione di casi. Ad esempio, se un gruppo di statunitensi deve decidere se siano più frequenti i decessi dovuti all’attacco di uno squalo oppure quelli conseguenti all’impatto con un pezzo d’aeroplano caduto dal cielo, gli interpellati tendono generalmente a fornire la prima risposta, perché trovano più semplice recuperare dalla memoria casi di morti attribuibili all’attacco degli squali (facilità del recupero). Per altro verso una persona può stimare la probabilità di riuscire a scrivere un capitolo di un libro entro un certo termine sulla base della facilità con cui si possono immaginare gli ostacoli che possano rallentare tale attività (facilità nell’immaginazione).

B) Euristica della rappresentatività. Gli individui possono effettuare stime anche valutando il grado di similarità tra l’evento che deve essere stimato e il processo che l’ha generato o la categoria di riferimento.

C) Euristica dell’ancoraggio. Le persone utilizzano siffatta euristica quando formulano una prima valutazione (ancoraggio) di un determinato fatto; poi, grazie all’acquisizione di nuovi dati, vengono effettuate delle modificazioni più o meno consistenti (aggiustamenti), e quindi si raggiunge la valutazione definitiva. Il risultato del processo è che il giudizio finale non è molto diverso da quello iniziale o comunque non così diverso rispetto a quanto ci si dovrebbe aspettare dalla quantità e dalla qualità delle informazioni che sono state utilizzate per fare gli aggiustamenti.

[xx] La Corte UE si è pronunciata sulla domanda di pronuncia pregiudiziale proposta, ai sensi dell’articolo 267 TFUE, dal Consiglio di Stato italiano, con l’ordinanza 10 ottobre 2022 n. 8650.

In dottrina, sull’ordinanza del Consiglio di Stato appena citata, v.: C. Bona, N. Bonini, Tutela del consumatore e nuovi paradigmi scientifici: scienze cognitive e neuroscienze varcano la soglia di palazzo Spada, in F. it., 2022, XI, p. III, c. 542; F. Trubiani, Le incerte sorti del “consumatore medio” tra condizionamenti cognitivi e nuove aperture della giurisprudenza, in Accademia, 2023, p. 101; E. Bacciardi, Lo standard del consumatore medio tra homo oeconomicus e homo heuristicus, in Accademia, 2023, p. 77; A. Magliari, Consumatore medio, razionalità limitata e regolazione del mercato in Rivista della regolazione dei mercati, 2023, II, p. 374-398; L. Sposini, Dal consumatore medio alla razionalità limitata nella Direttiva n. 29/2005 CE, in Nuova g. civ. comm., 2023, IV, p. 787-793.

[xxi] P. Brest, L. Hamilton Krieger, Problem Solving, Decision Making and Professional Judgement. A Guide for Lawyers and Policymakers, Oxford 2010.

[xxii] P. Legrenzi, Creatività e innovazione, Bologna 2005.

[xxiii] J. Kruger, D. Dunning, Unskilled and unaware of it: how difficulties in recognizing one’s own incompetence lead to inflated self-assessments, in Journal of Personality and Social Psychology, 1999, vol. 77, n. 6, pp. 1121-1134.

[xxiv] P. Legrenzi, C. Umiltà, Molti inconsci per un cervello. Perché crediamo di sapere quello che non sappiamo, Bologna 2018.

[xxv] Sugli stereotipi v. G. Pascuzzi, Il problem solving nelle professioni legali, Bologna 2017, pp. 34 e ss.

 

 

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Il presente scritto è comparso nel “Liber Amicorum per Alessio Zaccaria” dal titolo Tradizione e innovazione nel diritto privato europeo curato da S. Troiano, R. Omodei Salè, M. Faccioli, M. Tescaro, Wolters Kluwer – CEDAM 2025, presentato a Verona il 13 novembre 2025

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Il Prof. Alessio Zaccaria a Trento il 27 gennaio 2018 relatore, in rappresentanza del CSM, all’inaugurazione dell’anno giudiziario

 

 

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