I mostri che abbiamo dentro. La forza. Il diritto. La formazione. La speranza

Circa un anno fa (e, quindi, ormai 3 o 4 guerre fa), Giancarlo Montedoro e Flavia Risso invitarono un gruppo di amici (tra i quali il sottoscritto) a scrivere, in vista di una futura pubblicazione, alcune pagine dedicate al tema della pace ed alle conseguenze della mancanza di scelte nette in favore della pace, sotto angolature diverse.

L’iniziativa venne presentata in forma di “call for papers” nella quale Montedoro e Risso, tra l’altro, scrivevano: «In un momento storico caratterizzato da diversi conflitti bellici e da un modus vivendi con un alto tasso di violenza e da un imbarbarimento generalizzato, la missione dell’intellettuale è quella di evidenziare che esiste un altro modo di impostare qualunque tipo di relazione sia tra le persone, sia tra gli Stati, che metta al centro la persona umana».

Da qualche giorno è in libreria, pubblicato da Editoriale Scientifica, il volume che raccoglie gli scritti di quanti hanno aderito all’invito.

Il mio piccolo contributo, apparso nel volume (qui l’indice), è riportato sotto.

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I mostri che abbiamo dentro. La forza. Il diritto. La formazione. La speranza.
di Giovanni Pascuzzi

I. I mostri che abbiamo dentro.
Arthur Rimbaud è stato il poeta che più ho amato nella mia adolescenza.
Scrisse liriche molto belle da giovanissimo e insieme ad altri poeti, definiti “maledetti”, rivoluzionò il modo di fare poesia. Una delle tante forme di ribellione che egli incarnò.
Pensava che il poeta dovesse essere un “veggente”: «Il poeta si fa veggente attraverso una lunga, immensa e ragionata sregolatezza di tutti i sensi».
E in una lettera ad un amico scrisse: «Il primo studio dell’uomo che voglia diventare poeta è la conoscenza di sé, intera; egli cerca la sua anima, l’indaga, la tenta, l’apprende. Dal momento che la conosce, deve coltivarla».
Tra le sue poesie più famose c’è “Il dormiente nella valle”. Racconta la storia di un soldato ucciso (De Andrè certamente si ispirò ad essa quando scrisse “La guerra di Piero”). Quei versi figurano tra i componimenti contro la guerra più citati.
Nel suo processo di scavo dentro se stesso, Rimabud scrisse opere come “Una stagione all’inferno” e “Il battello ebbro”.
Poi, d’un tratto, smise di scrivere. Finì a fare il mercante d’armi in Africa.
Quanta distanza tra il Rimbaud che commuove con “Il dormiente nella valle” e il Rimbaud mercante d’armi.
Cosa aveva visto Rimbaud nella sua anima? Come può un poeta finire a vendere armi?
Non so dare una risposta, ovviamente.
Negli anni mi sono convinto che forse una possibile risposta possono fornirla alcuni versi di una canzone scritta da Giorgio Gaber: «I mostri che abbiamo dentro/Che vivono in ogni mente/Che nascono in ogni terra/Inevitabilmente ci portano alla guerra» .

II. Freud e Einstein.
“Perché la guerra?” è il titolo di un carteggio (risalente al 1932) tra Albert Einstein e Sigmund Freud .
Einstein scriveva: «La domanda è: C’è un modo per liberare gli uomini dalla fatalità della guerra? … Vi è qui una realtà da cui non possiamo prescindere: diritto e forza sono inscindibili, e le decisioni del diritto s’avvicinano alla giustizia, cui aspira quella comunità nel cui nome e interesse vengono pronunciate le sentenze, solo nella misura in cui tale comunità ha il potere effettivo di imporre il rispetto del proprio ideale legalitario. … l’uomo ha dentro di sé il piacere di odiare e di distruggere. … Arriviamo così all’ultima domanda. Vi è una possibilità di dirigere l’evoluzione psichica degli uomini in modo che diventino capaci di resistere alle psicosi dell’odio e della distruzione?».
Freud rispondeva: «Lei comincia con il rapporto tra diritto e forza. È certamente il punto di partenza giusto per la nostra indagine. Posso sostituire la parola “forza” con la parola più incisiva e più dura “violenza”? Diritto e violenza sono per noi oggi termini opposti. … Questo è dunque lo stato originario, il predominio del più forte, della violenza bruta o sostenuta dall’intelligenza. Sappiamo che questo regime è stato mutato nel corso dell’evoluzione, che una strada condusse dalla violenza al diritto, ma quale? Una sola a mio parere: quella che passava per l’accertamento che lo strapotere di uno solo poteva essere bilanciato dall’unione di più deboli. L’union fait la force. La violenza viene spezzata dall’unione di molti, la potenza di coloro che si sono uniti rappresenta ora il diritto in opposizione alla violenza del singolo».

III. Il diritto non è solo (uso della) forza.
Sempre più spesso sentiamo ripetere la frase “il diritto internazionale è morto”. Si usa per sottolineare che il diritto internazionale sarebbe inefficace perché non esiste qualcuno in grado di far rispettare le regole della comunità degli Stati (e di imporre almeno un cessate il fuoco nei tanti conflitti in corso sul pianeta).
Seguendo tale modo di ragionare anche il diritto penale o il diritto tributario dovrebbero essere quanto meno malati gravi se si considera l’alto numero di reati che rimangono impuniti ovvero la copiosa compagine di quanti evadono allegramente le tasse. Eppure, assistiamo al proliferare di leggi che introducono nuovi reati o inaspriscono le pene per reati già esistenti.
A ben vedere conclusioni come quella esposta nascono dell’idea che le norme giuridiche sono tali perché assistite da sanzioni: se non vengono osservate scattano punizioni di vario tipo (carcere, obblighi di risarcimento, sanzioni amministrative) ovvero si attivano meccanismi idonei ad attuarle in modo coattivo.
Ma il paradigma è davvero solo questo?
Quando onoriamo un contratto lo facciamo per paura di essere condannati all’adempimento coattivo e al risarcimento del danno oppure perché pensiamo sia doveroso rispettare la “parola data”? Quando evitiamo di occupare gli stalli destinati alla sosta delle persone con disabilità lo facciamo per paura di essere “multati” e di vedersi decurtati i punti dalla patente, oppure perché consapevoli che in questo modo contribuiamo a rendere un po’ meno gravosa la vita a chi non è in grado di percorrere in autonomia lunghe distanze per giungere nel posto dove desidera andare? Quando, in auto, teniamo la destra o ci fermiamo al segnale di stop lo facciamo per non incorrere nella sanzione amministrativa oppure per evitare il colossale ingorgo che si creerebbe se fosse lasciata ad ognuno la scelta di guidare come gli pare?
Nella sua concezione molto basica, il diritto ha una funzione essenzialmente repressiva dei comportamenti socialmente non desiderati. Di qui l’enfasi sulla sanzione e la convinzione che se non c’è la possibilità di applicare la forza bruta il diritto semplicemente non esiste.
Ma il diritto può svolgere anche una funzione promozionale: in questa diversa prospettiva l’ordinamento non mira a punire i comportamenti non voluti bensì ad incentivare i comportamenti desiderati.
Si possono fare numerosi esempi dei due diversi approcci: si può punire chi evade le tasse oppure si possono concedere benefici a chi le paga; si possono sanzionare i licenziamenti oppure si possono incentivare le assunzioni di lavoratori; e così via.
Ma lo scenario è ancora più complesso.
Le persone rispettano le norme per paura della sanzione oppure perché hanno fiducia nel fatto che anche gli altri lo fanno e che proprio la collaborazione reciproca permette di raggiungere i risultati desiderati e di governare la complessità del mondo? Per tornare ad un esempio fatto, quando guidiamo l’auto abbiamo fiducia nel fatto che anche gli altri rispetteranno le regole relative alla circolazione dei veicoli (per evitare il caos). In una trattativa contrattuale ci comportiamo secondo buona fede confidando che anche la controparte lo faccia: se si inizia una trattativa per porre fine ad una guerra ma allo stesso tempo si continua a bombardare è evidente che non ci sono le basi di un accordo perché si desidera solo imporre con la forza il proprio interesse.
Questo insistere sul fatto che il diritto esista solo se si è in grado di imporsi con la forza finisce con l’indurre a credere che il diritto coincida con la legge del più forte e che il diritto sia addirittura (im)posto dal più forte: così qualcuno è convinto che le cose gli appartengono solo perché ha la forza di prendersele.
Naturalmente occorre essere ben consapevoli del fatto che questa deriva esiste e che negli ultimi tempi sta conoscendo un inaspettato successo.
Ma si tratta di una concezione non molto evoluta del diritto.
Un diritto idoneo a governare società complesse non ha come motore principale l’uso della forza ma fa leva sulla capacità delle persone di cooperare per raggiungere obiettivi comuni di ampio respiro.
Alla base del diritto evoluto non c’è la forza, ma l’educazione che insegni a diventare cittadini in grado di assumersi le responsabilità che l’essere parte di una comunità comporta.
Il diritto di una società evoluta è uno strumento per promuovere valori e obiettivi condivisi facendo leva non sulla minaccia di sanzioni ma sulla capacità delle persone di cooperare avendo reciproca fiducia. Se così non è, semplicemente la società sta conoscendo un processo di regressione.

IV. L’educazione come antidoto alla guerra. Il disincanto. La speranza.
Per chi come me, ha dedicato buona parte della vita all’insegnamento universitario, è quasi un “riflesso pavloviano” credere che attraverso la formazione si possa giungere a dominare gli istinti di sopraffazione (“i mostri che abbiamo dentro”) che inevitabilmente portano alla guerra.
Secoli di riflessione ci dovrebbero indurre a credere che un mondo giusto possa e debba affermarsi senza ricorrere all’uso della forza e tanto meno alla guerra.
Certo, quel “riflesso pavloviano” sconta il disincanto dei tempi recenti. Se anche alle scuole elementari la retorica della “competizione” ha soppiantato l’insegnamento della cooperazione e della necessità di aiutare i meno fortunati, non si può essere ottimisti sul fatto che il germe della guerra non attecchisca.
Ma continuo, malgrado tutto, a confidare negli uomini di buona volontà.
Concludo, pertanto, citando un passaggio della Lettera Enciclica «Pacem in terris», di Papa Giovanni XXIII (dell’11 aprile 1963):
«87. A tutti gli uomini di buona volontà spetta un compito immenso: il compito di ricomporre i rapporti della convivenza nella verità, nella giustizia, nell’amore, nella libertà: i rapporti della convivenza tra i singoli esseri umani; fra i cittadini e le rispettive comunità politiche; fra le stesse comunità politiche; fra individui, famiglie, corpi intermedi e comunità politiche da una parte e dall’altra la comunità mondiale. Compito nobilissimo quale è quello di attuare la vera pace nell’ordine stabilito da Dio.
88. Certo, coloro che prestano la loro opera alla ricomposizione dei rapporti della vita sociale secondo i criteri sopra accennati non sono molti; ad essi vada il nostro paterno apprezzamento, il nostro pressante invito a perseverare nella loro opera con slancio sempre rinnovato. E ci conforta la speranza che il loro numero aumenti, soprattutto fra i credenti. È un imperativo del dovere; è un’esigenza dell’amore».ù

 

 

Notizie sui curatori del volume

Giancarlo Montedoro è Presidente di Sezione del Consiglio di Stato e Docente di Diritto pubblico e Diritto pubblico dell’economia presso la Luiss Guido Carli di Roma.

Flavia Risso, Consigliere di Stato e assistente di studio presso la Corte costituzionale, già giudice del Tribunale Amministrativo Regionale di Bari, Torino e Firenze, collabora con il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Torino e con l’Alma Mater Studiorum – Università di Bologna.

 

IL VOLUME CONTIENE SCRITTI DI
Claudio Biondi
Raffaella Brogi
Maria Cappellano
Alessandro Cioffi
Pasquale De Sena
Elena Emiliani
Federico Faloppa
Francesco Fistetti
Sergio Foà
Danilo Ionadi
Maura Mattalia
Sara Molinaro
Giancarlo Montedoro
Giovanni Pascuzzi
Daniela Piana
Francesca R. Recchia Luciani
Emiliano Riba
Mario Ricca
Flavia Risso
Enrico Scoditti
Claudio Vivan