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L’indeterminatezza che è al cuore di tutte le cose

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Umberto Orsini  ha portato in scena, al Sociale di Trento, “Copenaghen” di Michael Frayn (26 gennaio 2019).

La scena si svolge in un ambiente che ricorda un’aula di fisica e vede coinvolte tre persone: Niels Bohr (Umberto Orsini), sua moglie Margrethe (Giuliana Lojodice) e Werner Karl Heisenberg (Massimo Popolizio).
Niels Bohr, fisico danese di origine ebraica, visse il premio Nobel nel 1922. Formulò un modello della struttura atomica.
Werner Karl Heisenberg, fisico tedesco, vinse il premio Nobel nel 1932. A lui si deve la elaborazione del “principio di indeterminazione”, secondo il quale la misura simultanea di due variabili coniugate, come posizione e quantità di moto o energia e tempo, non può essere compiuta senza una quota di incertezza minima ineliminabile.

Il lavoro teatrale tenta di chiarire che cosa avvenne nel 1941 a Copenaghen quando Heisenberg fece visita al suo maestro Bohr in una Danimarca occupata dai nazisti.
a) Heisenberg chiese a Bohr di andare in Germania a collaborare con i fisici tedeschi? Inverosimile visto che la Germania aveva epurato tutti i fisici teorici ebrei e Bohr, egli stesso di origine ebraica, avrebbe corso dei rischi; a tacere dell’impossibilità di lavorare per persone che stavano annientando quelli appartenenti alla sua razza.
b) Heisenberg chiese a Bohr se sapeva a che punto fosse la ricerca sulla fissione dell’atomo negli Stati Uniti (dove si erano concentrati -ironia della sorte- molti fisici epurati dal nazismo)?
c) O forse Heiseberg chiese a Bohr di aiutarlo a dirimere un dilemma etico: può uno scienziato collaborare a costruire un’arma micidiale per permettere al proprio paese di vincere una guerra?

Non sappiamo cosa si dissero. Sappiamo come andò a finire. I fisici in USA (anche con la collaborazione, sia pure marginale, di Bohr) arrivarono per primi a costruire la bomba atomica. Servì a piegare il Giappone ma al prezzo dei 100.000 morti, in un colpo solo, di Hiroshima. Cosa sarebbe accaduto se fossero arrivati prima i tedeschi? Hitler avrebbe avuto remore a sganciare la bomba atomica su Londra? Su Mosca? O anche su Roma, dopo l’8 settembre del 1943? Interrogativi destinati a non avere risposta.

Lo spettacolo ha riproposto il tema del rapporto tra scienza e potere.
Heisenberg chiarisce che quando chiedeva dei finanziamenti per i suoi laboratori (nel suo caso ad Albert Speer, il ministro degli armamenti della Germania nazista) doveva spiegare a cosa servivano. Avrebbe dovuto dire che servivano per ricerche che potevano portare alla costruzione di una bomba? Avrebbe significato avere molti più soldi. Ma proprio attraverso quell’esempio egli giunge a dire: alla fine la responsabilità di costruire la bomba, la responsabilità di uccidere milioni di persone, è dello scienziato non della politica.
Heisenberg avrebbe potuto farsi da parte. Egli ipotizza questa possibilità. Ma sa che al suo posto sarebbe andato un fanatico del regime che non si sarebbe fatto nessuno scrupolo. Per questo aveva preferito restare al suo posto: per evitare una situazione addirittura peggiore e per poter essere lui a controllare il processo. Ma tornano le domande di prima: cosa sarebbe accaduto se fosse stato più veloce dei fisici che lavoravano negli Stati Uniti? E’ stato lui a frenare il processo o semplicemente i fisici statunitensi sono stati più bravi di lui?

La frase finale pronunciata da Heisenberg è: esiste una indeterminatezza che è al cuore di tutte le cose.
Penso sia una affermazione valida in generale. Il punto è evitare che l’indeterminatezza diventi opportunistica ambiguità.

(Trento, 27 gennaio 2019)

(Nelle foto gli attori e una istantanea di Bohr e Heisenberg)

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