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Recensioni

Resto qui, di Marco Balzano

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Chi resta e chi va.

 

“Resto qui” di Marco Balzano è un libro che parla di molte cose.

Della vita dura di chi, nella prima metà del secolo scorso, viveva in paesini di montagna e, in particolare, nei cosiddetti “masi” tipici dell’Alto Adige. Della situazione di quella terra, fino al 1918 austriaca e poi italiana[i]. Del duro rapporto dei nativi con l’italianizzazione forzata ed ottusa voluta dal fascismo. Dell’avvento del nazismo oltreconfine e della possibilità (fasulla) che Hitler diede ai tedeschi altoatesini di andare in Germania (1939). Dello scoppio della seconda guerra mondiale. Del rifugiarsi sui monti per sfuggire alle rappresaglie fasciste e naziste verso chi si rifiutava di aderire a quelle ideologie di morte. Del ritorno ad una precaria normalità che cessa quando una diga (immaginata già dal 1911 per creare un lago artificiale utile a produrre energia elettrica) viene completata nel 1950 con l’effetto di sommergere le case che avevano formato il vecchio paese di Curon Venosta (lasciando il solo famoso campanile della Chiesa ad emergere dalle acque).

Tutti questi episodi sono occasione per riflettere sui rapporti etnici, sui confini, sulle decisioni imposte, sulla violenza del potere, sul senso di impotenza e così via.

Ma credo che il punto più significativo del libro sia il rapporto tra chi resta e chi va.

Le vere protagoniste sono due.

Trina, l’io narrante, una ragazza tirolese che impara l’italiano ma che non può insegnarlo perché il fascismo voleva che nelle scuole il posto di insegnante dovesse essere affidato ad italiani di altre regioni (che l’italiano conoscevano molto peggio di lei).

L’altra protagonista è Marica, la secondogenita di Trina. Trina si rivolge a lei per tutto il libro (le prime parole del volume pronunciate da Trina sono: “Non sai niente di me, eppure sai tanto perché sei mia figlia”. Di Marica sappiamo che ancora bambina viene rapita dalla sorella e dal cognato di Erich (marito di Trina e padre di Marica). Essi sono privi di figli e quindi si “impossessano” della bimba portandola con loro in Germania visto che erano tra quelli che avevano scelto l’opzione offerta da Hitler. Qualche anno dopo Trina riceve una letterina di Marica che le dice di essere stata lei a scegliere di andare, che gli zii l’avrebbero fatta studiare e offerto una vita migliore[ii]. Poi più nulla. Trina continua a pensare alla figlia fino al giorno in cui, molti anni dopo, il marito Erich le fa notare (p. 147) che ormai Marica era diventata grande e che se avesse voluto sarebbe tornata o avrebbe dato notizie.

Trina rappresenta chi resta, chi trova nel restare, nel continuare la vita di sempre della propria comunità, la ragione di vita[iii].

Marica rappresenta chi va via: perché rapita o per scelta alla fine non fa differenza. Il libro non dice se Marica è morta durante la guerra o cosa faccia. Nulla. Semplicemente i rapporti si interrompono e si interrompono le comunicazioni. Trina le parla lungo tutto il libro, il padre Erich continua a disegnarla con i capelli da bambina. Ma tra chi resta e chi va via cala il muro (figurato e no) dell’incomunicabilità.

Mi pare questa l’occasione di riflessione più profonda del libro.

Chi va via diventa (anche suo malgrado) un diverso di per sè , qualcuno che non fa più parte della comunità, qualcuno che in qualche modo “ha tradito”. Chi va via obbliga a misurarsi con una diversità possibile e questo è interpretato (erroneamente) come desiderio di affermare una superiorità che l’amor proprio impone di rifiutare. La storia di chi va via è altrove. E da un certo momento in poi la lacerazione smette anche di fare male. Forse.

 

 

 

[i] In argomento vedi il libro “Austriacanti” di Mauro Marcantoni e Giorgio Postal.

[ii] A pagina 54 il testo della lettera:

Cara mamma, ti scrivo mentre sono sola nella mia camera. Sono stata io a voler partire con gli zii. Sapevamo che non c’avreste dato il permesso, è per questo che siamo fuggiti. Qui in città potrò studiare e diventare migliore. Non soffrire per me perché sto bene e perché un giorno ritornerò a Curon. Se la guerra durerà lungo tu non preoccuparti, qui sono al sicuro. Quando busserò alla vostra porta spero che tu, papà e Michael mi amerete ancora. Gli zii non mi faranno mancare niente. Perdonateli se potete. E perdonate anche me. Marica”.

[iii] A pagina 36 un dialogo molto eloquente tra Trina e suo marito Erich:

– “Perché vuoi restare qui se rimarremo senza lavoro, se non potremo più parlare tedesco, se distruggeranno il paese?”

– Perché qui ci sono nato, Trina. Ci sono nati mio padre e mia madre, ci sei nata tu, ci sono nati i miei figli. Se ce ne andremo avranno vinto loro”.

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