Spesso ci si lamenta della incompetenza (vera o presunta) dei nostri rappresentanti politici. Ma esiste anche una «competenza dei cittadini»? Cosa una democrazia può o deve pretendere che i propri cittadini sappiano e sappiano fare?

Nel 2016 il Consiglio d’Europa ha elaborato un modello delle competenze necessarie per partecipare in maniera efficace alla cultura della democrazia (pdf). In tale modello la competenza democratica e interculturale è definita come la capacità di mobilitare e utilizzare valori, attitudini, abilità, conoscenze e/o comprensioni critiche pertinenti per rispondere in modo appropriato ed efficace alle esigenze, alle sfide e alle opportunità che si presentano in situazioni democratiche e interculturali.

Secondo il Consiglio d’Europa, la competenza dei cittadini democratici si sostanzia nel possesso di: A) valori (democrazia, dignità umana, diritti umani, diversità culturale, giustizia, equità, uguaglianza, primato del diritto); B) atteggiamenti (apertura alle altre visioni del mondo, rispetto, senso civico, responsabilità, autoefficacia, tolleranza dell’ambiguità); C) abilità (apprendimento autonomo, pensiero analitico e critico, ascolto e osservazione, empatia, e altre ancora); D) conoscenze e comprensioni critiche del sé, del linguaggio e del mondo (politica, diritto, cultura, culture, religioni, storia, mass media, economia, ambiente, sostenibilità).

 

 

Il cittadino è davvero competente se mobilita e utilizza tutto un insieme di risorse psicologiche in modo attivo e adattivo per affrontare le situazioni. Il Consiglio d’Europa fa assegnamento sui sistemi formativi per favorire la maturazione di questo tipo di cittadino.

Possiamo certificare che, in generale, i cittadini posseggano/esercitino il tipo di competenze appena delineato?

Oggi si dà per scontato che ogni cittadino abbia, per il solo fatto di nascere, una serie di diritti di cittadinanza: è l’effetto dell’affermarsi del principio di uguaglianza formale. Ma il trionfo di questi principi è il risultato di una vera e propria «lotta per i diritti»: all’inizio dell’800, ad esempio, in Inghilterra aveva il diritto di voto meno del 5% della popolazione: erano esclusi le donne, i nullatenenti, gli analfabeti e così via. Cosa resta di quella «lotta per i diritti»?

Mi pare che si sia diffusa l’idea di una democrazia «à la carte». Tanti cittadini sono convinti che il proprio compito, lungi dal sostanziarsi nella «fatica» di padroneggiare ed esercitare tutte le competenze individuate sul piano teorico dal consiglio d’Europa, si limiti a scegliere da un menù. Tutto si riduce, al momento delle elezioni, a scegliere sulla scheda questo o quel simbolo esattamente come al ristorante si può ordinare questo o quel piatto o, in un supermercato, si può mettere nel carrello questo o quel prodotto. Se poi nulla piace ci si può tranquillamente disinteressare del tema come fanno i milioni di cittadini che non vanno neanche a votare.

Difficile spiegare in poche righe le ragioni per le quali siamo arrivati fin qui. Sicuramente ha un ruolo la crisi del paradigma della cittadinanza (ben spiegato da Giovanni Moro nel suo ultimo libro che si intitola, appunto, «Cittadinanza», Mondadori editore). E fattore causale è anche il pensiero che attinge a piene mani alla metafora della «offerta politica». Tale pensiero vede nel cittadino non un protagonista della vita democratica ma una «controparte contrattuale» che il ceto politico deve soddisfare. I cittadini comprano con il loro voto (quando votano) le proposte/promesse che i candidati fanno: il loro compito finisce lì.

Ma tutto questo ha conseguenze nefaste. Ha scritto Stefano Rodotà («Il diritto di avere diritti», 2015, pp. 31-32): «Come la loro storia ci dice, i diritti non sono mai acquisiti una volta per tutte. Sono sempre insidiati, a rischio. La loro non è mai una vicenda pacificata. Il loro riconoscimento formale ci parla sempre di una battaglia vinta, ma immediatamente apre pure la questione del loro rispetto, della loro efficacia, del loro radicamento. I diritti diventano così, essi stessi, strumenti della lotta per i diritti».

Troppi diritti civili (libertà di pensiero, giusto processo, possibilità di formare una famiglia tradizionale e no), politici (pluralismo dell’informazione), sociali (sanità, istruzione, pensioni) si stanno svuotando in un’apparente indifferenza collettiva. Perché ci si lamenta del menù e del servizio e si dimentica che si è cittadini solo se si lotta per i diritti, ovvero solo se si agisce attivamente per far funzionare la democrazia e dare corpo all’appartenenza ad una comunità sociale e politica.

Forse l’incompetenza dei rappresentanti è solo il frutto secondario dell’incompetenza dei cittadini. Che non coincide con l’ignoranza. Ma con l’incapacità o il rifiuto di assumere le responsabilità proprie del ruolo di cittadini.

l’Adige 22 novembre 2020

Alto Adige 21 novembre 2020

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