La vicenda che Mario Calabresi ha più amato da bambino è quella di Robinson Crusoe: un uomo solo su un’isola dopo il naufragio. E proprio il naufragio è la metafora che fa da sfondo alla storia di un bimbo oggi diventato uomo, di una famiglia, e di altre vittime del terrorismo.
Il Commissario di Polizia Luigi Calabresi (classe 1937) partecipò all’indagine sulla strage di Piazza Fontana avvenuta il 12 dicembre 1969 nel corso della quale l’anarchico Giuseppe Pinelli morì precipitando da una finestra della Questura di Milano. Luigi Calabresi divenne bersaglio di una campagna di stampa che lo indicò come l’assassino di Pinelli. Il 17 maggio del 1972 venne ucciso con due colpi di pistola mentre usciva di casa. La magistratura ha acclarato in due diverse sentenze l’estraneità del Commissario alla morte di Pinelli.
L’autore del libro “Spingendo la notte più in là” (Mondadori, 2007, pagg. 133, 14,50 Euro) Mario Calabresi, è uno dei due bimbi che Luigi lasciò unitamente alla moglie Gemma (all’epoca venticinquenne) in attesa del terzo figlio che sarebbe nato di li a poco.
Anche attraverso le testimonianze di altri ‘naufraghi’ come la figlia dell’agente Antonio Custra (e non Custrà come spesso erroneamente riportato dagli organi di informazione) ferito a morte il 14 maggio 1977 o il figlio del giudice Emilio Alessandrini, ucciso il 29 gennaio 1979, il volume dà conto del percorso comune alle vittime del terrorismo. Il pericolo di restare inchiodati all’evento andando alla deriva per anni se non per sempre. La rabbia per quello che è stato strappato e per quello che si sarebbe potuto avere e mai si avrà. La compagnia del rancore che tutto mangia: amore, passione, energia. Lo spettro della depressione che alligna nel pianto inconsolabile. La negazione e la rimozione come meccanismi di autodifesa. La rinuncia alla relazione con gli altri per evitare di verificare la dolorosa diversità di sentirsi vedove o orfani.
Il libro narra la storia di una mamma eccezionale “che come antidoto alla depressione si è data da fare tutti i giorni cercando di vaccinare i figli dall’accidia, dall’odio, dalla condanna ad essere vittime rabbiose” e la storia di un figlio che è riuscito nell’impresa più difficile: canalizzare la rabbia in positivo verso obiettivi costruttivi. Con un debito grande di riconoscenza verso un ‘Pittore di sinistra’, Tonino Milite, che ha svolto il ruolo di compagno e di padre “inventando metodi grandiosi per combattere le tristezze” dei piccoli Paolo, Luigi e Mario: il ‘Pittore di sinistra’ è l’autore dei versi che danno il titolo al libro.
Il volume è un esempio di recupero faticoso della memoria: un naufrago intento a “setacciare la spiaggia in cerca di oggetti personali dopo una tempesta, un uragano, chino a riconoscere cosa ancora gli appartiene”. Ed un contributo al recupero della memoria collettiva.
Sono trascorsi quasi 40 anni dalla strage di Piazza Fontana, “un evento temporalmente più vicino all’ascesa al potere di Hitler che non alla impiccagione di Saddam Hussein”. A quell’evento si può far risalire la scia di sangue alimentata dal terrorismo di destra e di sinistra che ancora pesa sulla storia del nostro Paese.
Mario Calabresi conclude scrivendo: “sentii che era giusto guardare avanti, camminare, impegnarsi per voltare pagina nel rispetto della memoria. Dovevo portarlo con me nel mondo, non umiliarlo nelle polemiche e nella rabbia, così non l’avrei tradito. Bisognava scommettere tutto sull’amore per la vita”. Sono parole che testimoniano una elaborazione del lutto riuscita e nobile.
Per consegnare definitivamente alla storia la scia di sangue che parte da Piazza Fontana è indispensabile procedere alla elaborazione del lutto collettivo, che può avvenire solo partendo dall’accertamento completo della verità e dal rispetto delle vittime. Solo così si potrà evitare che i naufragi di queste ultime si trasformino nel naufragio di una Nazione.
La recensione è stata pubblicata su La Gazzetta del Mezzogiorno del 23 maggio 2007
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