Bergson diceva che “la memoria è la facoltà dell’oblio”. Ciò che sfugge all’oblio diventa la materia prima del nostro essere. Siamo perché ricordiamo. Siamo ciò che ricordiamo.
È per questo che dobbiamo essere grati ai libri di memorie. In particolar modo quando una storia privata si intreccia a filo doppio alla storia di un Paese. Come nel caso de “La memoria di un riformista”, edito dal Mulino dove ad una intervista autobiografica Gino Giugni (classe 1927) affida il racconto degli avvenimenti di cui è stato testimone e delle cose che ha fatto e vissuto.
Così nella narrazione sobria ed avvincente della vita di un uomo che ha “attraversato il fascismo, la Resistenza e la Repubblica, ha aderito al socialismo fin da ragazzo e dedicato molto tempo allo studio e, in particolare ai problemi del lavoro” si legge in controluce la storia d’Italia.
Il racconto della sua carriera di studioso si risolve nella storia dei significativi mutamenti che Giugni ha introdotto nella cultura giuridica italiana: egli ha saputo dare respiro al diritto del lavoro aprendolo alla comparazione e al dialogo con la sociologia e la storia. Va peraltro ricordato che le vicende di Giugni studioso si intrecciano anche con uno dei periodi più fecondi della storia della Facoltà giuridica barese. A Bari Giugni ha insegnato per circa 15 anni fino al 1975. Al capoluogo pugliese egli dimostra di essere legato quando sottolinea che conserva gelosamente la grande chiave simboleggiante la cittadinanza onoraria recentemente concessagli. Ma ancor di più è legato da profondo affetto agli allievi che hanno dato vita alla cosiddetta “scuola di Bari” formatasi presso l’Istituto di diritto del lavoro fondato da Giugni che così si esprime: “La scuola barese si formò grazie ad un atteggiamento di particolare attenzione nei confronti dei giovani allievi. La maggioranza si dedicava all’attività scientifica a tempo pieno, integrata solo in parte dall’attività forense”.
Il libro racconta anche come è possibile coniugare la riflessione accademica con l’agire concreto. Il nome di Giugni è infatti collegato allo Statuto dei lavoratori, all’azione per l’autoregolamentazione del diritto di sciopero, all’accordo del 1993 in favore della c.d. ‘concertazione sociale’. Ancora una volta la memoria personale (anche in veste di Parlamentare e Ministro del Lavoro) coincide con svolte epocali tanto nella emancipazione delle classi lavoratrici quanto nella stabilizzazione di quelle conquiste in un quadro più generale di modernizzazione dell’Italia. Ed alcuni di questi passaggi non sono stati indolori né per la persona né per il Paese se è vero che a seguito del grande accordo sulla scala mobile del 1983 Giugni subì il vile attentato delle Brigate Rosse. L’episodio è narrato con un distacco eloquente, come dimostra questo passaggio: “…Mariangela tentò di usare come laccio emostatico una cintura, ma nella concitazione del momento sbagliò gamba e così durante il trasporto in ospedale gridavo non per il dolore delle ferite, ma perché il laccio della gamba sana era troppo stretto”.
Altri capitoli del volume sono dedicati alla militanza socialista. Al PSI Giugni si è iscritto giovanissimo e ne è diventato Presidente nel momento dello ‘Tsunami’ (come lui stesso lo chiama), all’indomani dell’esplosione di ‘Mani pulite’. E, ancora una volta, la storia di una appartenenza personale coincide con la storia di un grande partito riformista e di un grande ideale (tradito) che tanta parte ha avuto nella storia d’Italia.
E che ancora avrà. Chiudendo le sue memorie Giugni scrive: “Continuo a ragionare sul difficile equilibrio tra modernità e diritti, sull’evoluzione del lavoro e sui rischi che la flessibilità si trasformi in precarietà”. È l’impegno per il futuro di un Maestro indiscusso e di quanti nella tradizione riformista non hanno mai smesso di credere.
La recensione è stata pubblicata su La Gazzetta del Mezzogiorno del 15 febbraio 2007
memorie di un riformista

