
Nei quasi quattro lustri di insegnamento in questa città, ho visto molti colleghi lasciare l’Università di Trento: perché chiamati ad insegnare in sedi più prestigiose (almeno di nome) o per il desiderio di raccogliere nuove sfide o per la volontà di riavvicinarsi ai luoghi d’origine o semplicemente per raggiunti limiti di età.
In qualche caso la «partenza» non è sfuggita ai mass media e così al rammarico dei colleghi si è aggiunto quello dell’opinione pubblica.
Nessuna istituzione di ricerca gioisce nel vedere andar via uno studioso, specie se di vaglia. Ma il cambio di sede fa (o dovrebbe fare) parte del dna dei professori come premessa per una evoluzione personale e dell’intero sistema: uno dei limiti dell’Università italiana è l’incapacità di coniugare la necessità di una presenza stabile nell’istituzione (sì da garantire continuità) con l’apertura a nuovi apporti (sì da scongiurare l’isterilimento). Per cui si trovano sedi composte da persone che parlano lo stesso dialetto e spesso portano lo stesso cognome. E sedi che gareggiano con il via vai di una stazione dove i professori si fermano per pochissimo tempo. Fortunatamente Trento è ben lontana da entrambe le situazioni.
In un sistema che funziona gli avvicendamenti sono positivi. Il problema sorge se, in ragione della partenza di singoli studiosi, l’istituzione non sa più andare avanti e si vede addirittura costretta a rivedere la propria missione. Una Università è solida se può contare su una «base installata» in grado di sopperire al venir meno di qualcuno. A ben vedere è questa la vera forza delle sedi grandi. Le considerazioni svolte dimostrano da una parte che è velleitario attivare iniziative se non si è certi di poter costituire la cosiddetta «massa critica» idonea non solo a farle decollare ma anche, e soprattutto, a farle durare. Dall’altra che è erroneo credere basti un singolo professore, ancorché internazionalmente quotato, per costruire qualcosa di solido.
Ed è proprio questo il punto. Ai professori spetta un compito importante, difficile da definire e da catalogare, ma che certamente coincide con un progresso stabile di una comunità: locale, nazionale ed oltre. Non a caso c’è chi definisce «intellettuale» colui che pensa e comunica il proprio pensiero con l’obiettivo di influenzare la riflessione pubblica e l’azione collettiva.
Per una collettività conta poco sapere perché un professore va via. Credo debba chiedersi cosa lascia: in particolare se lascia realizzazioni solide e giovani in grado di raccogliere il testimone perché più bravi dello stesso maestro. In una parola: se lascia una eredità. Se questa eredità esiste ed è tangibile si può e si deve sostituire al rammarico e al rimpianto un sentimento più appropriato: la gratitudine.
Corriere del Trentino, 3 marzo 2010

