Il profilo del “capo” cui essere grati

DiGiovanni Pascuzzi

1 Febbraio 2026

Nella vita lavorativa è normale avere dei “capi”, persone, cioè, chiamate a guidare il proprio lavoro.

Ne ho avuti diversi anch’io e mi reputo fortunato perché, tranne rare eccezioni, ho avuto “capi” (rectius: guide) cui sono davvero grato.

Sulla base della mia esperienza ho stilato un piccolo elenco delle caratteristiche di un “capo” degno (ovviamente: a mio avviso) di questo nome. Lo riproduco in ordine inverso di importanza.

5. Competenza specifica. Il capo deve padroneggiare tutti i “saperi” necessari a svolgere il compito che assegna (i. e.: deve essere in grado, all’occorrenza, di farlo lui in prima persona per “farti vedere come si fa”). Di conseguenza non deve smettere mai di aggiornarsi.

4. Capacità di insegnare il “come” e il “perché” (e, perché no, anche il “senso”) del lavoro che ti chiede di fare. Il capo è tale se è depositario di una conoscenza tacita (perché non c’è sui libri) che non tiene per sé ma che trasmette insieme alla capacità di incuriosirsi e di appassionarsi. Di conseguenza, oltre a spiegare bene l’obiettivo che si attende in termini di risultato, deve chiarire che cosa si propone di insegnare e come. Naturalmente non è necessario mettere le cose per iscritto: se si crea un canale di comunicazione questi elementi diventano comprensibili anche per effetto del modo di fare.

3. Coerenza nei comportamenti. Il capo deve chiarire le regole dell’organizzazione (in primo luogo quelle che riguardano egli stesso) e trattare tutti i suoi collaboratori nello stesso modo. I favoritismi sono la prima causa di inefficienza di una organizzazione.

2. Capacità di dare fiducia. Il capo non deve pensare di essere l’unico in grado di svolgere bene un compito e deve, progressivamente, attribuire sempre maggiori responsabilità ai suoi collaboratori. In una parola: deve valorizzare i talenti specifici di ogni persona. Come conseguenza, deve essere in grado di gestire in maniera proattiva gli errori.

1. Vaste letture. Il capo deve avere una cultura molto ampia che va ben al di là della competenza giuridica (o di qualsiasi altro specifico campo del sapere). Il capo che non ha vaste letture inevitabilmente ha orizzonti ristretti e quindi difficilmente è capace di immaginare e raccogliere grandi sfide cui chiamare anche i suoi collaboratori. Una delle esperienze più appaganti che da sempre mi capita di vivere e quella di ritrovarmi alla fine della giornata di lavoro con un capo che mi parla di Shakespeare o di Leonardo, di Spinoza o di Heisemberg, di Giulio Cesare o di Gödel riuscendo a trovare il collegamento tra ciò che queste menti hanno detto o fatto e il problema concreto che dobbiamo affrontare insieme.