A un convegno sulla formazione del giurista ho ascoltato un professore che insegna da decenni all’università raccontare la propria esperienza.
(i) Finita la lezione, si chiede che cosa resti agli studenti e ha la sensazione che tutto vada perso.
(ii) Gli studenti studiano su appunti e dispense invece che sui manuali.
(iii) Dieci anni fa in molti andavano a ricevimento per chiedere chiarimenti. Oggi non ci va quasi più nessuno, e le cose se le fanno spiegare dall’intelligenza artificiale.
(iv) All’esame gli esiti sono spesso disastrosi.
(ho cercato di riportare fedelmente quello che ho ascoltato).
Molte di queste osservazioni hanno un fondo di verità, e verosimilmente sono condivise da tanti suoi colleghi professori. Hanno però delle motivazioni.
(i) Quello che si ascolta una sola volta, senza doverlo richiamare o applicare, si dimentica presto: valeva anche quarant’anni fa.
(ii) Le dispense circolano da decenni; è cambiata la proporzione. Lo studente tende a scegliere il materiale più compresso che basta per superare la prova, e se l’esame chiede soprattutto di ripetere nozioni la dispensa è una scelta razionale. Il manuale diventa necessario quando l’esame chiede di muoversi dentro un sistema, di collegare istituti lontani, di ragionare su un caso nuovo.
(iii) Anche il ricevimento aveva un costo, che spesso dimentichiamo: il timore di esporsi davanti al professore con una domanda che si teme possa essere considerata banale. L’IA risponde a ogni ora e non giudica. Una volta un ricevimento vuoto segnalava studenti che non studiavano; oggi può segnalare anche un luogo percepito come poco accogliente.
(iv) C’è poi la memoria di chi insegna, che è selettiva. Chi è diventato professore è uno studente per cui il modello tradizionale ha funzionato. Ricorda i compagni che andavano a ricevimento e studiavano sul manuale; ricorda meno quelli che abbandonavano. E la popolazione studentesca di oggi è diversa da quella di qualche decennio fa.
Gli studenti hanno la loro parte di responsabilità. Il docente però controlla ciò che orienta le loro scelte: che cosa si fa in aula, che cosa si chiede all’esame, quale uso dell’IA si insegna. Lamentare che gli studenti non studiano senza chiedersi che cosa l’esame li spinga a studiare vuol dire rinunciare alla parte del problema su cui si ha il potere di intervenire.
Va detto che il sistema aiuta poco. La carriera universitaria si costruisce soprattutto sulla ricerca, e l’impegno nella didattica pesa assai meno. Ripetere per anni la stessa lezione è la strategia che costa meno e che nessuno sanziona. Questo spiega molti comportamenti.
Ho provato a redigere un piccolo decalogo che contiene : i comportamenti tenuti dagli studenti, la loro causa probabile e una possibile risposta del docente.
Nessuna di queste misure è una ricetta. Hanno in comune un’idea: il docente può costruire le condizioni in cui lo studente è indotto a ragionare, a sbagliare e a essere corretto, invece di limitarsi a trasmettere contenuti che oggi sono disponibili ovunque.
Ovviamente è solo un punto di vista.
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