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Cos’è la “cultura istituzionale”?

By In

“Non abbiamo bisogno di persone con pieni poteri, ma di persone che abbiano cultura istituzionale e senso di responsabilità”. Questa frase è stata pronunciata dal Presidente Conte, al Senato, lo scorso 20 agosto. Ma cosa significa esattamente “cultura istituzionale”? Non è facile rispondere in maniera esaustiva a questa domanda. Cionondimeno, nel clima di palese smarrimento della grammatica di base del vivere civile, può non essere superfluo ricordare alcuni elementi di fondo.

1) L’istituzione è altro da sé, dalla propria famiglia, dal proprio partito. Il termine “istituzioni” individua gli apparati preposti allo svolgimento di funzioni e di compiti di interesse pubblico. Ognuno di noi partecipa, in vari modi, alla loro vita. A ben vedere è grazie all’impegno di uomini e donne che le istituzioni nascono e funzionano. Ma esse devono vivere una vita propria (ben più lunga di quella delle persone) e non possono essere messe al servizio di interessi particolari. Invece spesso assistiamo al tentativo di “piegare” le istituzioni agli interessi di parte. Il fenomeno non è nuovo. In una famosa intervista rilasciata al quotidiano “la Repubblica” il 28 luglio 1981, Enrico Berlinguer (segretario dell’allora Partito Comunista Italiano) diceva testualmente: “La questione morale, nell’Italia d’oggi, fa tutt’uno con l’occupazione dello Stato da parte dei partiti governativi e delle loro correnti, fa tutt’uno con la guerra per bande, fa tutt’uno con la concezione della politica e con i metodi di governo di costoro, che vanno semplicemente abbandonati e superati”. Eravamo nella prima repubblica. Qualcuno sostiene che siamo arrivati alla terza. Sono cambiati i partiti ma non i comportamenti.

2) L’istituzione è altro dalla “pancia” degli elettori. Il nostro è un regime democratico e (per fortuna) la sovranità appartiene al popolo. Sono gli elettori che determinano, attraverso i partiti, la politica nazionale (art. 49 della Costituzione). Ma non ogni desiderio degli elettori può essere soddisfatto (e meno che mai si dovrebbero solleticare le pulsioni più primitive per ottenere consenso). Le istituzioni vivono in un complesso reticolato di principi (fissati nella Costituzione, nelle norme sovranazionali, nei paradigmi morali) che devono essere comunque rispettati perché sono i fondamenti del nostro vivere civile. Certo, tutto può essere cambiato. Ma in maniera esplicita e ponderata e non sulla base di interventi episodici ed estemporanei.

3) Gli interessi personali, familiari e di partito non possono e non devono in alcun modo interferire con l’interesse dell’istituzione. L’espressione “essere come la moglie di Cesare” impone a chi opera in nome e per conto dell’istituzione di essere al di sopra di ogni sospetto. Non basta che non si sia violata nessuna norma. Occorre evitare che un dubbio anche minimo possa sorgere sul fatto che non si sia operato nell’interesse dell’istituzione.

4) La comunicazione istituzionale deve essere chiara e riconoscibile come tale. Nei discorsi pubblici il rappresentante dell’istituzione può e deve parlare solo come espressione di quel ruolo. In caso contrario dovrebbe chiarire se sta parlando come rappresentante dell’istituzione o come leader politico o a titolo personale. Commistioni di ruolo e ambiguità dovrebbero essere evitate.

5) L’istituzione deve essere rappresentata da persone all’altezza del ruolo. Questo presuppone il possesso di specifiche competenze sulla materia in cui opera l’istituzione oltre a leadership e visione. La competenza nasce dalla conoscenza ed è quella cosa che evita, ad esempio, di agire mostrando di ignorare i principi più elementari.

6) La dimensione giuridica. La cultura istituzionale è anche e soprattutto cultura delle regole (non a caso, spesso le due espressioni sono usate come sinonimi). Le istituzioni si organizzano e perseguono fini sulla base ed entro i limiti tracciati dalle regole formalmente approvate. Chi ignora il diritto, chi non ne comprende la funzione, chi lo irride, chi lo aggira, chi lo piega a fini diversi da quelli previsti è fuori dalla cultura delle regole e, quindi, non ha cultura istituzionale.

Il caso ha voluto che Conte abbia pronunciato il discorso dal quale siamo partiti il 20 agosto. Dello stesso giorno è la legge n. 92 che ha introdotto l’insegnamento scolastico dell’educazione civica. Quasi a testimoniare che la cultura istituzionale può e deve essere parte integrante e fondamentale dei processi formativi.

[nella foto: un’opera di Bansky dal titolo “Devolved parliament”, che ritrae un Parlamento composto di scimmie]

Articolo pubblicato su l’Adige del 29 agosto 2019

 

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