Da qualche giorno il dibattito pubblico dedica ampio spazio alla “Strategia per la sicurezza nazionale” approvata dal Presidente degli Stati Uniti Donald J. Trump. Come è noto, il documento contiene giudizi poco lusinghieri sull’Europa che rischierebbe, addirittura, di vedere cancellata la propria civiltà.
La citata Strategia àncora la crisi europea ad un dato: la perdita di quote del PIL mondiale. A pagina 29 si legge la seguente frase: «L’Europa continentale ha perso quota del PIL globale, passando dal 25% del 1990 al 14% di oggi, in parte a causa di normative nazionali e transnazionali che ne minano la creatività e l’operosità».
L’affermazione suscita qualche riflessione.
A. La prima attiene al parametro scelto per giudicare (e considerare in cattiva salute) il nostro continente: il PIL. Si tratta di un parametro un po’ obsoleto. Già nel 1968, 3 mesi prima del suo assassinio, Bob Kennedy pronunciò un discorso all’Università del Kansas in cui denunciò i limiti del PIL. Egli disse: «Il nostro PIL – se giudichiamo gli USA in base a esso – comprende l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le autostrade dalle carneficine. Comprende serrature speciali per le nostre porte e prigioni per coloro che cercano di forzarle. Comprende la distruzione delle sequoie e la scomparsa delle nostre bellezze naturali nella espansione urbanistica incontrollata. Comprende il napalm e le testate nucleari …. Eppure, il PIL non tiene conto della salute dei nostri ragazzi, la qualità della loro educazione e l’allegria dei loro giochi. Non include la bellezza delle nostre poesie e la solidità dei nostri matrimoni, l’acume dei nostri dibattiti politici o l’integrità dei nostri funzionari pubblici. Non misura né il nostro ingegno né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione per la nostra nazione. Misura tutto, in poche parole, eccetto quello che rende la vita degna di essere vissuta». Ciò che conviene ricordare qui è che da tempo gli studiosi stanno elaborando dei parametri più sofisticati per misurare il benessere reale, economico e sociale. L’ISTAT, ad esempio, ha elaborato12 indicatori (relativi a dimensioni quali: salute, istruzione, lavoro, benessere economico, relazioni sociali, politica, sicurezza, ambiente, paesaggio e patrimonio culturale, innovazione, qualità dei servizi) per misurare il benessere equo e sostenibile (Bes).
B. Una seconda considerazione riguarda le ragioni della perdita di quote di PIL globale da parte dell’Europa negli ultimi sette lustri. Uno dei problemi del mondo era ed è la diseguaglianza tra le aree più sviluppate e il cosiddetto terzo e quarto mondo. Se la riduzione della percentuale europea sul PIL globale è dovuta ad un riequilibrio ovvero al fatto che paesi emergenti stanno uscendo da una situazione di povertà diffusa, forse questo dato può essere considerato addirittura positivo. “Aiutiamoli a casa loro” è uno degli slogan di quanti si oppongono alle politiche di accoglienza e di integrazione dei migranti. Se i paesi d’origine delle persone che cercano una vita migliore in Europa riescono ad offrire maggiori opportunità ai propri cittadini, anche grazie all’aiuto dei paesi più fortunati, ecco allora che si deve guardare con la logica del bicchiere mezzo pieno al parametro di un maggiore riequilibrio delle quote del PIL mondiale.
C. Il terzo profilo attiene alle ragioni di questa asserita “perdita di terreno”. Secondo la “Strategia per la sicurezza nazionale” di Trump, l’Europa sarebbe (relativamente) più povera per colpa di “normative nazionali e transnazionali che minano creatività e operosità”. Tanti sono convinti che “non bisogna disturbare chi vuole fare”. Tradotto vuol dire che colpa di tutto sarebbe l’eccessiva regolamentazione giuridica. C’è da chiedersi se i dazi non siano un ostacolo enorme alla operosità degli imprenditori ovvero se davvero nulla si debba fare per limitare il potere delle big tech (come, ad esempio, imporre loro di non diffondere notizie false ovvero obbligarle a pagare le tasse nei paesi dove operano e nei quali producono ingenti profitti).
Il paradosso dell’Europa. In estrema sintesi, Trump considera l’Europa in decadenza perché non è più impegnata come un tempo solo ad incrementare il PIL. Poco più di dieci anni fa, il 25 novembre 2014, parlando al Parlamento Europeo, Papa Francesco disse: «Accanto a un’Unione Europea più ampia, vi è anche un mondo più complesso e fortemente in movimento. Un mondo sempre più interconnesso e globale e perciò sempre meno “eurocentrico”…. Voi, nella vostra vocazione di parlamentari, siete chiamati anche a una missione grande benché possa sembrare inutile: prendervi cura della fragilità, della fragilità dei popoli e delle persone. Prendersi cura della fragilità dice forza e tenerezza, dice lotta e fecondità in mezzo a un modello funzionalista e privatista che conduce inesorabilmente alla “cultura dello scarto”. Prendersi cura della fragilità delle persone e dei popoli significa custodire la memoria e la speranza; significa farsi carico del presente nella sua situazione più marginale e angosciante ed essere capaci di ungerlo di dignità».
Per un verso c’è chi vede il declino europeo nell’incapacità dell’Unione di perseguire fino in fondo la logica per cui essa è nata, ovvero quella meramente economica che significa superare gli altri. Per altro verso c’è chi invita l’Europa a farsi paladina dei bisogni più intimi e veri dell’intera umanità: in una parola di farsi paladina della giustizia e della dignità.
Nel confronto tra queste diverse prospettive l’Europa sembra vivere un paradosso. Ma forse, con il lavoro di decenni, le istituzioni europee cercano proprio di trovare una sintesi. Almeno ci provano. Non è tanto, ma è qualcosa di concreto e che abbiamo.

