La Commissione europea ha di recente emanato una Comunicazione dal titolo: «Scudo europeo per la democrazia a puntello di democrazie solide e resilienti».
Il documento denuncia una serie di fenomeni che rappresentano altrettante sfide per le nostre democrazie:

(i) l’ingerenza di regimi autoritari stranieri;

(ii) l’aumento dell’estremismo e della polarizzazione;

(iii) il calo della fiducia e della partecipazione;

(iv) le minacce all’integrità delle elezioni;

(v) le minacce alla pluralità del dibattito pubblico e alla libertà di parola;

(vi) il deterioramento del contesto in cui operano i giornalisti e la società civile.

Il quadro che ne emerge è complesso: le sfide sono enormi e le risposte, a volte, appaiono retorici richiami ad un ritorno ai principi fondanti come, ad esempio, la partecipazione dei cittadini.
Su quest’ultimo aspetto conviene spendere qualche riflessione.
Con il termine partecipazione spesso si fa riferimento unicamente alla partecipazione al voto (in costante calo). Ma quel concetto è molto più ampio.
La democrazia è un metodo per prendere decisioni. Luigi Einaudi («Le prediche inutili», Einaudi, 1964) ricordava che la decisione finale (ed anche il voto alle elezioni o al referendum è una decisione) è l’esito di un processo che prevede diverse fasi. Egli spiegava che «il conoscere» è la premessa necessaria per poter discutere e poi deliberare a ragion veduta.
Rispetto ai tempi di Einaudi sono cambiati alcuni fattori di contesto.
1. Rivoluzione tecnologica. Digitalizzazione e AI stanno rimodellando il modo in cui i contenuti politici vengono prodotti, mediati e fruiti.
2. Il sovraccarico informativo. Siamo bombardati da informazioni e contenuti e spesso siamo vittime di disinformazione (mera propaganda della peggiore specie) e informazioni errate.
3. Marcata polarizzazione delle posizioni. Che spesso viene alimentata ad arte e che impedisce anche solo la ricerca di soluzioni condivise (non si prova più a cercare una convergenza la più ampia possibile neanche per modificare la Costituzione).
Di seguito i fenomeni che minano le chance di successo del processo proposto da Einaudi.
A. La democrazia richiede ai cittadini di informarsi in maniera critica. Questo significa maturare delle competenze: saper trovare le informazioni, saperne vagliare l’attendibilità, saper far tesoro degli strumenti digitali (e non esserne vittima), saper gestire il sovraccarico informativo, maturare una educazione civica per agire in modo responsabile. Invece mi pare si stia diffondendo una forte apatia da questo punto di vista. Ci si affida a qualcuno (si pensi a quanti si fidano ciecamente di “influencer” che molto spesso assumono le sembianze di moderni “santoni” in grado di dispensare verità su qualsivoglia materia) limitandosi ad iscriversi ad una “tifoseria” con il solo scopo di battere l’avversario senza mai valutare criticamente la propria posizione.
B. Il secondo elemento del processo deliberativo indicato da Einaudi è la partecipazione al dibattito pubblico (che poi è un modo per «conoscere»). Qualche giorno fa è scomparso Jürgen Habermas, filosofo, sociologo e politologo tedesco, esponente della cosiddetta “Scuola di Francoforte”. Habermas ha provato a descrivere gli ingredienti che consentono alle democrazie di funzionare per perseguire il bene comune. Di questi ingredienti, parte fondamentale è il dibattito pubblico che può essere all’altezza e utile allo scopo solo se risponde a determinati requisiti ovvero: ciò che si dice corrisponde al mondo oggettivo; le intenzioni del parlante sono sincere; l’enunciato è conforme alle norme sociali condivise (cfr. Habermas, «Teoria dell’agire comunicativo», Il Mulino, 2022). Non credo si possa essere smentiti se si afferma che il dibattito pubblico odierno sia lontanissimo dal rispettare quei requisiti. Il dibattito pubblico è alimentato da bugie e comportamenti ambigui e contraddittori in ragione dello scarto esistente tra ciò che si dice e ciò che si fa.
Considerazioni finali. La crisi della democrazia è alimentata dalla metamorfosi degli strumenti chiamati a rendere effettiva la democrazia stessa. Mi auguro di sbagliare, ma forse davvero la democrazia, per come l’abbiamo conosciuta, è destinata ad essere consegnata al passato. Per darle delle chances di sopravvivenza oltre a convincere le persone che è importante votare occorre impegnarsi per ricordare alle persone la grammatica della democrazia ovvero (i) che occorre pretendere che il dibattito pubblico non scada di livello o, peggio, sia usato per manipolare e diffondere falsità e (ii) che occorre conoscere davvero per sostenere un discorso pubblico e per prendere una decisione politica. Tutto questo richiede una buona dose di lealtà, impegno e, quindi, anche di fatica. La democrazia può essere difesa solo dal comportamento attivo dei cittadini.

 

l’Adige, 21 marzo 2026