«Tutti possono agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi legittimi». La disposizione, contenuta nell’articolo 24 della Costituzione, costituisce uno dei pilastri dello stato diritto. Quest’ultimo si regge sulla supremazia della legge uguale per tutti, ma lo stato di diritto si svuota se non viene riconosciuta la possibilità di rivolgersi ad un tribunale (e, quindi, ad un giudice) ogni volta che veniamo lesi nei nostri diritti.
L’elenco delle ipotesi è praticamente infinito: quando vengono messi in discussione i nostri diritti fondamentali; quando sul luogo di lavoro subiamo un demansionamento; quando gli amministratori di una società agiscono in danno dei soci; quando la pubblica amministrazione resta in silenzio davanti ad una nostra istanza; e così via.
Esistono, però, una serie di ostacoli che possono rendere concretamente molto difficile accedere alla giustizia.
a. Spesso le persone non conoscono fino in fondo i propri diritti ovvero non sanno quale tipo iniziativa intraprendere per rivolgersi ad un giudice. È importante, quindi, investire nella formazione di base o in campagne di sensibilizzazione. Gli ordini professionali degli avvocati possono svolgere un ruolo importante nel garantire una maggiore informazione dei cittadini.
b. Quanto appena detto ci fa comprendere che garantire l’accesso alla giustizia comporta dei costi. I cittadini devono pagare dei contributi per poter incardinare una causa, poi devono retribuire il proprio avvocato: per i meno abbienti lo stato paga in prima persona i costi della difesa tecnica (cosiddetto “gratuito patrocinio”) perché non garantire l’assistenza dell’avvocato è un altro modo per rendere inutile riconoscere un diritto sulla carta. Occorre anche prevedere misure per tutelare l’accesso alla giustizia dei più vulnerabili (minori, anziani, persone con disabilità, e così via) che richiedono la predisposizione di forme semplificate ovvero di misure particolari per andare incontro alle loro esigenze specifiche. La stessa transizione digitale può essere una opportunità, ma può diventare un ostacolo ancora più grande se non si ricorre a strumenti facili da usare.
c. Accedere alla giustizia è solo il primo passo: l’obiettivo è ottenere un provvedimento che riconosca il proprio diritto. Siffatto obiettivo si articola in due direzioni. (i) Per un verso lo stato deve assicurare i mezzi necessari per celebrare i processi (edifici, personale giudiziario e amministrativo, attrezzature informatiche e no) e deve fare in modo che il processo risponda a requisiti di equità (il giudice deve essere indipendente e terzo; le parti devono affrontarsi ad armi pari; la durata del processo deve essere ragionevole; e così via). (ii) Per altro verso lo stato deve garantire che, una volta emessa, la sentenza venga eseguita per dare corpo al principio “dell’effettività della tutela” (per fare degli esempi: se viene accertata la morosità di un inquilino, attraverso l’ufficiale giudiziario è possibile ottenere lo sfratto; se una pubblica amministrazione ignora l’ordine di un giudice, quest’ultimo nomina un “commissario ad acta” che si sostituisce all’amministrazione per eseguire materialmente l’ordine).
Se volessimo sintetizzare quanto detto fin qui potremmo ricorrere ad una frase di questo tipo: “I diritti costano”.
Per far valere i propri diritti il cittadino sopporta dei costi e costi ingenti affronta lo stato per riconoscere e assicurare in concreto la tutela dei diritti.
Spesso le riforme della giustizia sono dettate da ragioni di bilancio (si pensi alla riduzione dei tribunali o alla insufficiente dotazione di mezzi e personale). Questo non fa altro che ostacolare, di fatto, l’accesso alla giustizia e la possibilità di ottenere tutela effettiva (basti citare i casi in cui si dilatano i tempi necessari per giungere ad una sentenza definitiva).
Come di recente ribadito dal “Difensore dei diritti” francese (nel rapporto dall’evocativo titolo “Le droit au juge” pubblicato nell’aprile del 2026), occorre destinare maggiori risorse al sistema giudiziario pubblico per consentire lo svolgimento dei processi entro tempi ragionevoli, nel rispetto del diritto a un processo equo, e per garantire la tutela anche dei più vulnerabili.
Negli ultimi decenni la crisi fiscale dello stato ci ha abituato a provvedimenti che impongono anche al mondo della giustizia di “tirare la cinghia”. Forse non c’è dolo specifico: ma i reggitori della cosa pubblica (e, indirettamente, coloro che evadono le tasse) dovrebbero riflettere sul fatto che sottofinanziare il servizio giustizia è un modo per svuotare lo stato di diritto e la stessa democrazia.

