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Lettera a una professoressa “in presenza” (a proposito della didattica a distanza)

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La scuola ha un problema solo. I ragazzi che perde”. È una delle frasi più celebri della «Lettera ad una professoressa» (dei ragazzi) di Don Milani che mi torna in mente ogni volta che leggo di bocciature senza appello della didattica a distanza (DAD).

Ma siamo sicuri che questo atteggiamento di totale chiusura verso la DAD non abbia altro effetto che alimentare la perdita di studenti? Cosa potrebbero scrivere oggi i pronipoti dei ragazzi di Don Milani ad una immaginaria “professoressa in presenza” che non ne vuole sapere di modificare, anche in minima parte, il proprio tradizionale modo di insegnare?

A) Sulla mancanza della relazione. Si sostiene che nella DAD mancherebbe il fondamento del rapporto educativo, ovvero la relazione tra docente e studenti e tra gli studenti tra di loro. Epperò. Non è di oggi il problema delle cosiddette “classi pollaio”. All’Università, poi, la normativa vigente (d.m. n. 6 del 7 gennaio 2019, cosiddetta “AVA”) prevede che per alcuni corsi di laurea (umanistici) possono esserci coorti anche di 250 studenti. Orbene: quale relazione educativa/formativa può instaurarsi in “classi pollaio” o in aule con 250 studenti? La lezione a 250 studenti somiglia a un comizio. Perché prendersela con la DAD “a prescindere” quando nulla si è mai detto contro l’idea che possano esserci classi di 250 studenti?

B) Sul passaggio dal “teatro” al “cinema”. Si sostiene che la lezione in presenza somigli al paradigma del teatro. Un modello attivo, visto che la sola presenza crea una forma di comunicazione. Per contro la DAD ricalcherebbe il paradigma del cinema. Un modello passivo, giacché lo spettatore guarda il film in una situazione diversa e decontestualizzata rispetto al momento in cui la scena è stata girata (una scena che rimane sempre uguale a se stessa). Ma la didattica a distanza può ben emulare il paradigma del teatro: certamente è così nella didattica sincrona. Chi lo dice, poi, che il cinema non “trasmetta emozioni”? È vero il contrario. Ovviamente dipende: dal regista, dagli attori, dalla storia, dalla sceneggiatura, etc. Il vero tema è quello del rapporto tra contenuti e modalità di trasmissione dei contenuti. Anche in presenza si può non “trasmettere” nulla. Sapere qualcosa e saperla insegnare sono cose molto diverse. La DAD è solo una delle tante modalità per insegnare. Bisogna imparare a fare lezione a distanza esattamente come bisogna imparare a fare lezione in presenza.

C) Sull’aridità delle tecnologie digitali. Si sostiene che le tecnologie digitali non abbiano nessun ruolo utile nei processi formativi. È davvero così? La legge 20 agosto 2019, n. 92 ha introdotto l’insegnamento scolastico dell’educazione civica, della quale fa parte l’educazione alla cittadinanza digitale (art. 5). Come è possibile negare ogni valore formativo agli strumenti tecnologici che i giovani (nativi digitali) usano quotidianamente? Come è possibile formare i giovani ad usare in maniera non dannosa (per se e per gli altri) le tecnologie digitali se ci si rifiuta di usarle e di comprenderne le potenzialità sul piano formativo?

D) Sui limiti del mezzo tecnologico. Si sostiene che il ricorso allo strumento tecnologico riduce la possibilità di cimentarsi con il pensiero complesso. Questa affermazione sconta una formazione che si è prodotta sui libri (che, sia chiaro, nessuno vuole criticare né abbandonare). Ma hardware, software e telematica non sono più tecnologia di quanto non siano tecnologia la carta, la penna e lo stesso libro. D’altronde il timore connesso all’innovazione non è fenomeno recente. Restano emblematiche, sotto questo profilo, le considerazioni che Platone affida a Socrate nel Fedro (275, e): nel brano citato si difende la cultura orale contro l’avanzare della scrittura. Anche computer e internet possono essere avvertiti come “disumani”. La sfida è usare le nuove tecnologie per non perdere nulla del pensiero complesso. Una sfida persa in partenza se ci si rifiuta anche di capire cosa con le tecnologie si possa fare.

La pandemia di Covid19 ha obbligato scuole e università a ricorrere alla didattica a distanza come unica alternativa alla interruzione di ogni attività (particolare che i “detrattori a prescindere” della DAD a volte tendono a dimenticare: avremmo forse dovuto dire agli studenti che avrebbero perso l’anno punto e basta?).

I primi studi ci dicono che almeno il 10% degli studenti italiani sono rimasti esclusi dal processo educativo perché privi dei necessari strumenti tecnologici (accesso alla rete e computer idonei).

Sono ragazzi che la scuola “ha perso”. Ma molti di più si perdono e si perderanno se ci si rifiuta a priori di comprendere gli ingredienti di base dell’era digitale (ovvero del tempo in cui ci è dato di vivere).

l’Adige 23 luglio 2020

Alto Adige 25 luglio 2020

 

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