Educare all’uso dell’intelligenza artificiale. Il ruolo di scuole e università

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«Ogni tecnologia educa chi la utilizza».

L’affermazione è contenuta nella enciclica “Magnifica humanitas sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale” (n. 140) di Papa Leone XIV. Essa suggerisce alcune riflessioni.

A. Nell’enciclica il tema della formazione emerge come un filo conduttore trasversale, declinato diversamente a seconda degli ambiti trattati. Leone XIV:

(i) incoraggia esplicitamente Accademie e Università a ridare slancio ai principi della dottrina sociale della Chiesa “ripensandoli in modo aderente all’oggi ed efficace nel fronteggiare la rivoluzione digitale” (n. 47);

(ii) sottolinea la centralità della scuola (nn. 143-147) evidenziando che “lo sviluppo delle tecnologie informatiche e dell’IA rende rapidamente inadeguati programmi di studio pensati per un’altra epoca” e che è “necessario sostenere la formazione continua dei docenti lungo tutto l’arco della vita professionale, perché sappiano dialogare in modo positivo con le nuove tecnologie, aiutando gli studenti a farne un uso responsabile, critico e creativo e a non subirne passivamente l’influsso”;

(iii) chiarisce che (nn. 139-142) “educare all’uso dell’IA implica educare a decidere quando e per cosa non usarla. La velocità e la facilità con cui si ottiene una risposta o una sintesi rischiano di spegnere il desiderio di porre domande, che solo nella durata porta frutto”.

B. Alla luce delle profonde riflessioni contenute nell’enciclica, nessuno può revocare in dubbio il fatto che i giovani (dalla scuola materna in su) debbano essere correttamente educati all’uso delle nuove tecnologie e dell’intelligenza artificiale in particolare. Non è possibile agire come se la nuova tecnologia non esistesse: siccome la tecnologia comunque retroagisce sul soggetto che la usa e siccome i ragazzi usano a piene mani l’AI che ormai è preinstallata in tutti gli smartphone che gli stessi adoperano da mattina a notte inoltrata, senza una adeguata formazione non si fa un uso proficuo della tecnologia e questo retroagirà sulle capacità cognitive complessive dei giovani (ad esempio, sulla scia di quanto osserva l’enciclica, l’uso “fai da te” dell’AI può favorire la pigrizia mentale e la convinzione che quello che le macchine dicono vada preso per oro colato). Siamo cittadini digitali e l’esercizio della cittadinanza digitale non è possibile senza il possesso delle competenze digitali, tra le quali posto preminente occupa il “saper usare l’AI”.

C. Lo scorso 10 giugno il Governo ha approvato lo schema di decreto attuativo delle norme europee (reg. 2024/1689) e nazionali (l. 132/2025) in materia di intelligenza artificiale che contiene norme specifiche in materia di “Intelligenza artificiale per i percorsi formativi” (atto del Governo n. 421).

Per quel che rileva in questa sede, lo schema di decreto (che ora deve seguire un complesso iter per l’approvazione definitiva) prevede che: (i) le istituzioni scolastiche possono promuovere attività formative sull’IA per gli studenti (educazione civica, moduli STEAM, orientamento), con aggiornamento delle linee guida e indicazioni nazionali da parte del Ministero (art. 35); (ii) gli insegnanti dovranno seguire corsi di formazione sull’AI e su come far apprendere agli studenti un uso consapevole della stessa (art. 37); le Università promuovono attività formative sulla comprensione tecnica dell’IA, e devono comunque assicurare contenuti minimi obbligatori su: principi, limiti, interpretazione critica, implicazioni etico-giuridiche, sorveglianza umana, cybersicurezza (art. 42). Iniziative sono previste anche per l’alfabetizzazione degli adulti all’utilizzo dei sistemi di intelligenza artificiale (art. 38).

D. Alcune considerazioni finali.

(i) Alla luce delle riflessioni contenute nell’enciclica “Magnifica humanitas” non è possibile ignorare l’esistenza dell’intelligenza artificiale e quindi non è possibile eludere la necessità di insegnare ai giovani come usarla correttamente. Molti docenti si lamentano del fatto che i ragazzi producono scritti elaborati dall’AI: sarebbe più efficace il divieto all’uso oppure la formazione all’uso proficuo?

(ii) Quanto appena detto introduce il discorso sui contenuti della formazione. Certo occorre insegnare: come funziona l’AI, la sua disciplina giuridica, i suoi risvolti etici. Ma soprattutto occorre insegnare come gli studenti possono usare concretamente l’AI in modo proficuo per attendere ai propri obiettivi di apprendimento. Per far capire, come suggerisce il Papa, anche quando non si deve usare l’AI (perché inutile e/o addirittura dannosa).

(iii) Esiste un problema strutturale. La bozza di decreto che abbiamo appena sintetizzato distribuisce l’onere formativo per milioni di persone su soggetti (in primo luogo scuole e università) che, fino a ieri, non hanno coltivato le competenze da trasmettere. Le norme impongono l’alfabetizzazione ma non affrontano il problema di chi possiede oggi il sapere da alfabetizzare. Io penso che tocchi in primo a luogo alle Università attuare modalità operative per “formare i formatori”.

(iv) Un aspetto complica il tutto. Il ritmo del cambiamento è impetuoso: al punto 98 dell’enciclica si legge: “qualsiasi affermazione sull’IA rischia di diventare obsoleta in breve tempo, data l’impressionante velocità di sviluppo di questi sistemi”. Il rischio è insegnare competenze che potrebbero rivelarsi obsolete già domani. Occorre allora una metodologia educativa particolarmente accorta e volta a trasmettere la capacità di stare dietro al cambiamento.

 

l’Adige 23 luglio 2026

 

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